Non basta riconquistare la Siria: i dubbi dell’Fbi sul futuro dell’Isis

James B. Comey, direttore dell'FBI

Schierare l’esercito sul campo per distruggere la minaccia islamista può non essere la sola soluzione. Il direttore dell’agenzia governativa mette in guardia il futuro presidente degli Stati Uniti e avverte l’Europa: per voi il rischio è enorme

La minaccia terroristica dell’Isis, il ruolo dell’America nell’Alleanza Atlantica, la possibilità di dispiegare l’esercito in Siria per abbattere le milizie jihadiste: sono i temi più importanti, nell’ambito della politica estera e di sicurezza, che hanno fatto capolino nelle convention americane, temi su cui i candidati presidenti – Hillary Clinton e Donald Trump – avranno il dovere di pronunciarsi entro novembre.

E se le scelte di Repubblicani e Democratici restano ancora avvolte nel mistero – in particolare quelle del Gop, laddove il vincitore delle primarie ha esplicitamente dichiarato che non renderà noti i suoi piani per non consentire agli avversari la facoltà di detenere un vantaggio tattico (sic!) – l’idea prevalente per contrastare il pericolo rappresentato dagli uomini di Abu-Bakr al Baghdadi sembra essere l’impiego sul campo di un esercito nutrito. Il vecchio leitmotiv degli “stivali nel fango” torna così all’ordine del giorno. Continua a leggere

Rouen, il terrore di Papa Francesco

Papa Francesco

Nemmeno la morte di Jacques Hamel ha svegliato le intorpidite coscienze europee: il ritornello “l’islam non c’entra” è tornato alla ribalta

Due bruti entrano in una chiesa e prendono in ostaggio il parroco di ottantasei anni mentre sta officiando la santa messa. Innanzi ai fedeli presenti, giovani o vecchi che siano, decidono di sgozzare il sacerdote, invocando la benedizione di Allah sulla caccia agli infedeli. Siamo davvero sicuri che l’islam non c’entri?

Papa Francesco, nella giornata di ieri, ha espresso i suoi convincimenti in questa direzione, riducendo la portata dell’attentato terroristico avvenuto in Normandia e circoscrivendo l’evento a una follia omicida dettata da “violenza assurda“. Sulla stessa lunghezza d’onda si è sintonizzato il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, che ha esortato i credenti a non lasciarsi “coinvolgere nel gioco politico” dell’Isis, laddove l’organizzazione di Al-Baghdadi mira palesemente a “mettere uno contro l’altro i figli di una stessa famiglia”. A fare le spese di questo gioco politico è stato il povero prelato di Saint-Etienne-du Rouvray, Jacques Hamel, aggredito e assassinato con modalità efferate. Continua a leggere

Perché è fallito il colpo di Stato in Turchia

Erdogan resiste al golpe

Gli Usa hanno avuto la tentazione di scaricare Erdogan, ma alla fine ha prevalso la linea conciliativa col leader dell’AKP. La Turchia, secondo il Dipartimento di Stato, rischiava l’instabilità: un lusso che Washington adesso non può permettersi

Può sembrare surreale, ma se Erdogan è ancora vivo, e può ostentare in queste ore il tono minaccioso di chi – ferito a morte – reagisce ruggendo, forse è anche per merito dell’Isis.

Il colpo di Stato tentato ieri sera dai militari è fallito per almeno due ragioni: 1) il mancato appoggio delle cancellerie internazionali e 2) la ridotta visione strategica di chi ha tentato il putsch. Partiamo da quest’ultimo punto.

A quasi ventiquattr’ore dal golpe, il Governo di Erdogan non ha ancora chiarito chi abbia condotto le operazioni sovversive, quanti fossero i militari rivoltosi coinvolti nel disegno e perché il progetto di destituzione del capo dello Stato sia avvenuto proprio ora. Non sono aspetti marginali. Erdogan si è limitato a puntare l’indice contro Fetullah Gulen, leader religioso un tempo vicino agli ambienti dell’Akp, allontanatosi dai rappresentanti dell’Esecutivo visti come corrotti e potenzialmente pericolosi per il futuro della nazione. Continua a leggere