in politica italiana

La compagnia di bandiera va verso il naufragio. L’harakiri dei lavoratori come metafora di un paese

C’è un partito, in Italia, che è in costante ascesa da decenni e in beata solitudine potrebbe formare un Esecutivo se solo avesse uno straccio di strategia. È il partito del “No a priori”, un movimento che si rifugia nel romanticismo letterario delle opinioni quando è chiamato a confrontarsi con la vita reale. E così un sistema farraginoso, qual è – per esempio – quello ereditato dai nostri padri costituenti, diventa all’occorrenza sacro, inviolabile, la linea Maginot da difendere con un fiume di sangue. E pazienza se così facendo si tengono in piedi i grandi baracconi, dal Cnel al Parlamento composto da un migliaio di persone. In piazza si scandirà un “no” secco ai privilegi di casta, ma sulla scheda elettorale si difende l’ordine costituito con tutte le sue storture.

Mai più grandi opere

Lo stesso fenomeno si ripete ciclicamente per le grandi infrastrutture, che nei paesi avanzati vengono viste come il volano dell’economia mentre alle nostre latitudini sembrano inquietanti manifestazioni soprannaturali del potere di satana.  Dalla Tav al Ponte, dal Mose fino al Tap, il “no” è un moto dell’anima, un ripudio filosofico che non esige ulteriori spiegazioni di là dal campanilismo spiccio, dal “non ci hanno consultato”, dal “distruggono l’ambiente in cui siamo nati e cresciuti”. Novelli Breaveheart contro il mondo moderno, pigmei di una restaurazione medievale.

E poco importa se l’Unione Europea garantisce finanziamenti, se ci sono studi sulla sostenibilità ambientale delle opere, se la fattibilità tecnica è data per scontata da chi ha competenze specifiche nel ramo, se il Consiglio di Stato boccia ogni ricorso. Fotte nulla: si fa fede sul capopopolo di turno pronto ad alzare al cielo lo stendardo dell’opposizione dura e pura, ci si affida al carisma di chi ambisce a diventare il Fidel Castro di Gallipoli o Gallarate.

Un angelo caduto in volo

Su Alitalia, spiace dirlo, ma i termini dell’intesa raggiunta coi sindacati erano abbastanza chiari: il referendum era la scialuppa di salvataggio, l’ultima opportunità per un’impresa decotta incapace di stare sul mercato. Non lo scrivo per capriccio, perché affetto da neoliberismo compulsivo. Parlano i numeri: mentre il settore aereo è stato in espansione per tutto l’anno passato, potenziando i competitors della nostra amata ammiraglia, Alitalia navigava in acque inquinate, producendo debiti in maniera seriale e trascinando Etihad in un buco nero. Perfino gli arabi si sono trovati spaesati, costretti a mettere in discussione un fuoriclasse come James Hogan, artefice della sciagurata avventura tricolore.

Per dirla con Longanesi, le vecchie zie avrebbero suggerito prudenza ai lavoratori: meglio una minestra riscaldata che un calcio dove non batte il sole. In scienza e coscienza il personale dell’azienda ha deciso di lanciarsi nel vuoto, senza paracadute di sorta, nella speranza che il clima elettorale e la pressione sociale potessero spingere un Esecutivo debole e privo di risorse a stanziare l’ennesimo finanziamento a fondo perduto per tenere in vita un carrozzone allo sfascio.

Il ciclo della vita è semplice: nasci, cresci, vivi e muori (tocca a tutti, inutile incedere nella scaramanzia). Alitalia è morta da tempo, ma come uno zombie viene rianimata coi soldi dei contribuenti per oliare meccanismi clientelari e garantire sonni tranquilli a chi tiene le mani sul timone del paese. Chissà se gli sceneggiatori di Walking Dead stanno prendendo spunto dalla nostra cronaca per le stagioni future.

I giullari di corte

In mezzo a questo mesto can can c’è un esercito di benpensanti che, pur stando all’opposizione, riesce a regalare grandi soddisfazioni speculando sui resti della compagnia. C’è chi parla di una nazionalizzazione, chi vuole rivedere le regole in maniera autarchica – nuocendo ai concorrenti e quindi ai consumatori – e chi, ancora una volta, invoca l’intervento dei “capitani coraggiosi”. Di imprenditori dal cuore impavido ne abbiamo visti diversi; di persone pronte a sacrificare il proprio patrimonio con spirito suicida non v’è traccia.

Peggio del fallimento di Alitalia c’è soltanto il fallimento dell’Italia. Il guaio è che l’uno non esclude l’altro.

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