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Erdogan e Putin hanno siglato un’intesa che poggia su basi fragili: i due paesi sono destinati allo scontro

Un’alleanza di cristallo, tenuta in piedi per fare dispetto agli Stati Uniti. Il vertice bilaterale fra Ankara e Mosca non ha fugato dubbi e perplessità sulla rinnovata amicizia fra i due paesi, di là dagli ammiccamenti mediatici di Erdogan e Putin, fautori di una tregua basata su reciproche concessioni.

La Turchia ha ottenuto dal Cremlino due provvedimenti fondamentali per lo sviluppo della propria economia: l’apertura del mercato russo alle derrate alimentari provenienti dalla penisola anatolica e il disco verde, concesso da Mosca, ai turisti interessati a visitare Istanbul. Se a ciò si aggiunge la possibilità per le imprese turche di stipulare contratti nel territorio della federazione, ecco che il bottino intascato dal leader dell’Akp diventa interessante e vitale viste le frizioni registrate sul versante atlantico. Lo stesso Erdogan, del resto, è venuto incontro alle richieste della controparte, garantendo nuove intese sulla centrale nucleare di Akkuiu e promettendo la realizzazione del gasdotto Turkish Stream.


Putin ed Erdogan hanno così ritrovato una sintonia che sembrava compromessa da un anno a questa parte, da quando – cioè – lungo il confine con la Siria, l’aviazione turca abbatté un aereo da guerra russo, scatenando l’ira di Putin e infiammando lo scontro diplomatico. E proprio lo spettro della Siria non è mai apparso nei colloqui di martedì.

La situazione è paradossale. Ankara e Mosca si considerano, a vario titolo, depositarie dell’eredità degli imperi che furono: fiumi d’inchiostro hanno descritto le ambizioni “neo-ottomane” di Erdogan, per non parlare della missione eurasiatica di Putin, determinato a ripristinare gli equilibri della guerra fredda attraverso l’adozione di una glaciale realpolitik. Questa “continuità storica”, coltivata da entrambe le parti, ha spinto i rispettivi leader a recitare, nel corso degli ultimi anni, copioni diversi e opposti nel contesto geopolitico mondiale.


Mentre si stringevano la mano censurando l’ipocrisia dei diritti umani invocati dalla Nato, Putin ed Erdogan nascondevano gli aspetti conflittuali della loro strana alleanza. Quali? La Turchia sta al fianco dei ceceni, supporta i tartari della Crimea e quindi predica prudenza nei confronti di Kiev. E se a Damasco Assad può contare sulla vicinanza del Cremlino, i turchi – determinati a defenestrare l’ex rais – hanno sempre sostenuto i ribelli e i gruppi militari di Aleppo. Che dire, poi, del conflitto fra Armenia e Azerbaigian e dell’azione di contenimento esercitata dai russi alle aspirazioni egemoniche degli azeri? Sono dati di fatto che è difficile ignorare. Certo, Erdogan può sacrificare tutto in nome della propria stabilità, invocando la protezione orientale sulle istituzioni turche. Ma, considerando le ambizioni regionali del leader dell’Akp, quanta affidabilità può essere concessa a Putin, da sempre conciliante nei confronti di Teheran?

Il senso del vertice era allora chiaro: mandare un messaggio a Washington per convincere lo Studio Ovale a essere più compiacente con gli altri attori internazionali. Una prova di forza che non è sfuggita agli analisti del Wall Street Journal: valutando la cifra del confronto, Steven A. Cook e Michael J. Koplow hanno evidenziato come gli americani non possano più considerare la Turchia un alleato credibile.


I rapporti, solidi dal 1952 e consacrati dall’apertura della base aerea di Incirilik. a garanzia della sicurezza del paese negli anni dello scontro fra i due blocchi, sono oggi ai minimi termini. Prova ne sia la campagna denigratoria lanciata dai giornali filogovernativi turchi in merito al presunto ruolo svolto dal Dipartimento di Stato nel tentato golpe di luglio. Le risposte timorose di Obama non avrebbero aiutato. Per questa ragione, secondo i due osservatori, “sarebbe prudente per gli Stati Uniti sviluppare un piano per ridistribuire le forze al di fuori della Turchia, prendendo accordi per utilizzare piste di atterraggio a Cipro, in Giordania e nella regione curda dell’Iraq, per esempio”. Il mandato è chiaro: invece di trascurare gli eccessi turchi, è giunto il momento “di cercare alleati più affidabili”.

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