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"Antío Atene", l'harakiri Tsipras

tsiprasSi fa presto a dire che Tsipras è pronto ad uscire dall’euro. Forse lui, personalmente, individualmente, sarà disposto a compiere un simile passo, ma il sistema ellenico potrà sopportare una scossa di questo tipo? Se il leader della sinistra greca vuole giocare a scacchi con la Merkel, se vuole trastullarsi con le banconote del Monopoli, la querelle monetaria è sicuramente la strada da imboccare, ma l’esito della partita appare tutt’altro che scontato, con buona pace dei suoi elettori. Sì, perché proprio loro, votando liberamente un programma che ipotizza il ritorno alla dracma, rischiano di pagare il tributo più alto dopo anni di finanziarie lacrime e sangue. Se ne facciano una ragione Grillo, Salvini e Le Pen.

Intanto bisognerà vedere se, all’indomani della vittoria elettorale ormai scontata, Tsipras vorrà veramente dar adito ai suoi desiderata: se cioè alla retorica da comizio corrisponderà un disegno politico coerente. Successivamente bisognerà valutare le eventuali modalità di uscita dall’eurozona. Perché allo stato attuale l’Unione è un progetto pressoché irreversibile, un “dogma” per dirla con un linguaggio caro alle forze populiste. Qualora Atene non volesse onorare i debiti, qualora intendesse ridiscutere tutto in nome dell’autonomia, dovrà muoversi essa stessa in questa direzione.

In cosa si traduce tutto ciò? Tsipras dovrà indicare la strategia che intende perseguire di fronte al Parlamento. Ora, da che mondo è mondo gli onorevoli hanno bisogno di dibattere prima di deliberare, specie su temi così solenni: questo comporterà una fase di stallo che, nella migliore delle ipotesi, si protrarrà per almeno 10 giorni. Pertanto dapprima i mercati condanneranno la scelta scellerata del nuovo Esecutivo, successivamente sarà l’intero sistema-paese ad essere in balìa degli stessi, ché l’instabilità non è mai merce pregiata.

In un simile contesto il cittadino di Atene, di Olimpia, di Santorini cosa pensate che farà, sempre ammesso che Tsipras resti fermo nei propri propositi? Aspetterà il collasso del paese lasciando in banca i propri risparmi o, memore dell’esempio argentino, paventerà la perdita di valore della moneta tentando di riportare a casa quanto ha risparmiato? Se opterà per la seconda ipotesi, cosa assai probabile, s’innescherà una corsa agli sportelli che segnerà il crack bancario. Ci sarebbe, in verità, un modo per evitare questa maratona: bloccare la liquidità offerta dalle banche, cioè trasformare la fragile democrazia greca in un autoritarismo malsano. Alla faccia del nuovo corso.

E’ una rappresentazione catastrofica? Probabilmente sì, non è un mistero la mia vocazione europeista in assenza di valide alternative. Il problema, però, è la verosimiglianza dello scenario illustrato.

Purtroppo questo non è il momento della riflessione per i greci: è il momento dell’ebrezza post-frustrazione, è il momento in cui, sulle note di “Bella ciao“, tutto sembra possibile. C’è entusiasmo nella base di Syriza, sulla scorta dei sondaggi che gli attribuiscono il 32,5% delle preferenze. Un dato che dovrebbe essere letto in maniera diametralmente opposta: perché se questa stima dovesse essere confermata dalle urne, Syriza non potrà governare da sola. Con tutto ciò che ne consegue.