in medioriente, terrorismo, Turchia

Erdogan esercita i poteri speciali con spregiudicatezza: poliziotti in borghese e agenti in divisa fermano gli oppositori con l’accusa di tradimento

Uno stato di terrore permanente che consente al Governo di eseguire arresti anche sulla base di congetture fantasiose, d’improbabili delazioni. È passato più di un mese dal tentato golpe in Turchia, ma ogni giorno gli agenti delle forze dell’ordine svolgono scrupolosamente la propria missione, seguendo il mandato conferito dall’Esecutivo e non lesinando abusi, rastrellamenti, sopraffazioni. È il caso del padre di un soldato fermato da un agente in borghese per aver manifestato la propria frustrazione dovuta alla detenzione del figlio: “con queste mani ho lavorato perché il mio ragazzo potesse avere maggiori opportunità rispetto a quelle che ho avuto io” ha detto l’uomo a un cronista dell’Atlantic esternando il proprio sconforto: “perché non possono separare gli innocenti dai colpevoli? Come possono tenere tutti in cella per quanto accaduto?”. Domande ingenuamente scomode, considerate fuori luogo da qualche zelante poliziotto, se è vero che dopo il rapido scambio di battute lo stesso genitore è stato trascinato in centrale per accertamenti.

I poteri speciali: il piede di porco per forzare la democrazia

I poteri speciali derivati dallo stato d’emergenza proclamato nel paese sono ancora esercitati con arbitrio. I detenuti presumibilmente affiliati alla Feto – la rete che risponde al predicatore Fethullah Gülen – vengono tenuti a debita distanza dai rappresentanti delle Ong che si occupano dei diritti umani. I loro colloqui con gli avvocati sono sempre condizionati dalla presenza di un ufficiale governativo e il regime cui sono sottoposti nelle strutture penitenziarie colpisce per la sua durezza.


Con la pretesa di ripulire le istituzioni dalla presenza infetta dei golpisti, Erdogan ha forzato ulteriormente la mano cancellando il confine fra opposizione all’AKP e tradimento nei confronti dello Stato. Uno scenario già sperimentato in Turchia, quando a finire nelle spire dell’inquisizione – in epoche passate – erano la minoranza curda o i movimenti della sinistra radicale. Ma la sistematicità adottata da Erdogan lascia presumere l’esistenza di un disegno organico di fondo.

Purghe senza tregua: l’istruzione in ginocchio

Dopo aver sventato il putsch, la polizia – secondo alcuni osservatori ormai composta dagli “sgherri del regime” – aveva pronte le liste di proscrizione dove venivano indicati burocrati, magistrati, militari e intellettuali sgraditi al regime. E la pretesa di ridisegnare a immagine e somiglianza del nuovo corso politico ogni settore della società civile di fatto non si è mai fermata.

Ancora nella giornata di ieri ventinove ispettori dell’autorità di vigilanza sulle banche sono stati arrestati per aver effettuato “controlli irregolari” sui conti di una fondazione collegata al Governo e su imprenditori considerati vicini a Erdogan. Sempre venerdì, centoquaranta docenti universitari sono finiti – loro malgrado – nel mirino di un mandato di cattura.


I legami con Gülen, veri o fasulli che siano, consentono all’establishment dell’AKP di andare due volte all’incasso: da un lato vengono tolte di mezzo le persone non allineate, espulse dalla formazione intesa, adesso, come un canale privilegiato per formare le giovani coscienze; dall’altro i posti vacanti, soprattutto a Istanbul e Konya, consentono al Governo di distribuire ricche prebende a chi ha sposato la causa del partito di maggioranza, di là dai meriti intellettuali di chi subentra.

Alle valutazioni accademiche fa premio l’esigenza di riattivare i corsi, di garantire la regolarità delle lezioni e delle sessioni di laurea alla vasta platea studentesca. Per questa ragione il pugno di ferro del premier Binali Yıldırım viene avvolto, dai media compiacenti, in un guanto di velluto. Il paradosso è che in una condizione straordinaria il governo, pur ribadendo il carattere emergenziale del momento, si fa artefice di una normalizzazione forzata nel campo dell’educazione, piazzando donne e uomini culturalmente affini.

Anche la finanza viene colpita: l’accusa infamante è riciclaggio per i terroristi

Perfino il mondo finanziario sta passando sotto la scure del controllo politico. Il vice primo ministro, Mehmet Şimşek, ha chiarito la missione del Governo: esso “non è mosso dall’intento di danneggiare le aziende sottoposte a indagini”, ma vuole “distruggere le corporazioni” che hanno supportato il terrorismo “col riciclaggio del denaro”. Una bonifica. E così al segnale stabilito sono iniziate le irruzioni nelle sedi di alcune società, perfino in una popolare catena di supermercati di Istanbul.


Per meglio chiarire il concetto, e ribadire come nemmeno la fuga mondi il peccato contro l’ordine costituito, i funzionari del dicastero degli Esteri sono tornati nelle stesse ore a sollecitare la Grecia in merito all’estradizione degli otto militari riparati sulle coste elleniche all’alba del 19 luglio, quattro giorni dopo lo sventato colpo di Stato.

La battaglia per l’asilo e la minaccia delle ritorsioni

Il gruppo di soldati sarebbe stato guidato dal capitano Feridun Çoban, accompagnato da tre pari in grado, due comandanti e due sergenti. L’avvocato greco di Çoban, Stavroula Tomara, ha sottolineato come il gravoso carico di accuse che pende sulla testa dei suoi assistiti lasci presumere il peggio in caso di rimpatrio.

Gli uomini, alla sbarra in Turchia, negano il loro coinvolgimento nel putsch militare e invocano il diritto d’asilo in territorio europeo, a dispetto delle pressioni quotidiane esercitate da Ankara. Yıldırım e il primo ministro greco, Alexis Tsipras, si sarebbero sentiti telefonicamente e la paura dei soldati turchi concerne, in particolare, le minacce sul fronte migratorio che lo spregiudicato Erdogan può ventilare al tavolo delle trattative. La pratica, comunque, sarà esaminata nei tempi stabiliti dalla legislazione greca: il contenzioso non dovrebbe durare meno di tre mesi.

Infine un ultim’ora. L’icona del gay pride, originariamente previsto per l’8 agosto a Istanbul e poi bandito dalla prefettura per ragioni di sicurezza interna, è stata trovata esanime nella periferia della città: Hande Kader, transgender di 22 anni, era diventata una paladina del mondo Lgbt.

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