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Avvoltoi e sciacalli: l’Italia e l’Islam

Un avvoltoio delle nevi a sinistra. A destra uno sciacallo dalla gualdrappa

Un avvoltoio delle nevi a sinistra. A destra uno sciacallo dalla gualdrappa

Da un lato siedono gli sciacalli, dall’altro banchettano gli avvoltoi: si potrebbe riassumere in questi termini l’immondo spettacolo fra opposti estremismi che caratterizza il dibattito pubblico nazionale in tema di terrorismo islamico, laddove non prevale l’analisi ma lo scontro ideologico, la faziosità come elemento cardine di ogni disamina.

I devoti profeti dell’integrazione forzata tentano di mascherare la matrice religiosa degli attacchi efferati. Sono quegli intellettuali col nasino arricciato che scrivono Daesh e non Isis, un acronimo straniero in luogo di quello nazionale per evitare di menzionare le rivendicazioni mussulmane alla base degli attacchi degli ultimi giorni. Sono quei maestri, perennemente cattivi, che scrivono editoriali o papelli per spiegare che la lotta odierna è fra una cultura laica e liberal-democratica e un integralismo indefinito, sfumato, quasi fossimo minacciati dalle lame dei benpensanti cristiani o degli ebrei ultra-ortodossi. Sono, insomma, i professionisti del benaltrismo, determinati a ricercare la famosa “ragione sociale” delle esplosioni non già nella violenza usata da chi concepisce il Corano come un’arma contundente, ma nei peccati che l’Occidente avrebbe commesso a Baghdad, a Kabul, a Gerusalemme e chissà dove altro in giro per il mondo.

Nel loro negazionismo a oltranza questi facinorosi sono spalleggiati da un’altra categoria d’idioti, i cultori del folklore bellico. Quanti ieri, mentre mussulmani coraggiosi sfilavano in piazza per dire basta alla violenza in nome di Dio, guardavano alla manifestazione in maniera torva, notando più gli assenti che i presenti. E’ la logica della guerra frontale, un cancro che ne ha minato la lucidità: “chi non sta con noi, sta contro di noi” diventa il mantra psicologico che fa premio su tutto. E allora chi non marcia per le vie del centro indossando un cartello con la scritta “Not in my name” è colluso o giù di lì. Sono quelli che citano Huntington e Oriana Fallaci, non perché li abbiano letti né tantomeno capiti, ma perché hanno scorto qualche aforisma su Facebook e hanno buttato dei like occasionali. Sono i sacrestani della tensione, convinti che l’islam debba essere riformato, ma che questa riforma – ovvia e auspicabile – non debba partire dalle stesse moschee e dalla commistione fra culture, ma da un atto di forza, da un’imposizione esterna e autoritaria.

Not in my name - manifestazione contro il terrorismo islamico

Not in my name – manifestazione contro il terrorismo islamico

Chiunque voglia tentare di capire qualcosa nella canea che il Califfato ha prodotto deve alzare bandiera bianca, accettare il derby della stupidità celebrato in pompa magna a reti unificate. Inutile ricordare ai primi che da un lato ci sono terroristi devoti, che usano le sacre scritture di Maometto per mettere a soqquadro le capitali europee definendo le popolazioni occidentali “un branco di cani infedeli“. Superfluo rammentare ai secondi che la libertà religiosa è uno dei nostri valori fondanti e che la civile convivenza si regge sulla capacità di mediare con quanti accettano i valori della democrazia e del rispetto reciproco, fossero 5, 500 o 5mila poco importa. Ciò che conta non è riflettere, ma urlare il proprio livore, vomitare rancore, trovare un nemico pubblico e colpirlo a nerbate, per dar sazio alla propria coscienza indignata.

Il mio è uno sfogo, ovviamente. Io non lo so se questo paese si è ridotto così per un eccesso di semplificazione, se ha prevalso nel tempo la tendenza a banalizzare tutto e questa patologia ci ha progressivamente inghiottiti in un vortice delirante. Non ho elementi per poter dare siffatti giudizi. Credo, però, che non sia un bene per l’opinione pubblica se ogni tragedia viene letta non per ciò che essa realmente è, ma per ciò che vogliamo rappresenti: un incidente di percorso o una crociata, secondo i nostri desiderata. Così facciamo confusione e diventiamo ottusi, prede facili di avvoltoi e sciacalli. E torniamo al punto di partenza.

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