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Le parole del primo ministro di Ankara su Incirilik agitano l’Amministrazione Obama. Erdogan, intanto, punta le sue fiches sulla riforma costituzionale

Non siamo ancora arrivati a una rottura insanabile, ma l’invio di una delegazione americana in Turchia e la visita in agenda del vice-presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, non sembrano aver attenuato le tensioni fra Ankara e Washington.

Nella giornata di ieri, infatti, il Dipartimento di Stato avrebbe potuto esprimere una velata soddisfazione, ancorché tacita, per gli attriti emersi fra Iran e Russia. Gli ayatollah hanno sospeso l’intesa che aveva consentito ai soldati di Putin di utilizzare, la scorsa settimana, la base aerea di Hamedan per la lotta al Califfato. L’ennesima polemica ingaggiata sul versante anatolico, però, ha frenato bruscamente l’entusiasmo della Casa Bianca. 

Incirilik, la base contesa

Il vertice del comando europeo della Nato, giunto in Turchia per confrontarsi coi rappresentanti dello Stato maggiore nazionale, non ha ricevuto un’accoglienza propriamente ospitale. Ankara ha rimproverato ai membri dell’Alleanza atlantica di non aver attivato neppure gli uffici stampa per la solidarietà di rito all’indomani del golpe e di aver cavillato, al contrario, sul rispetto dei diritti umani, senza piangere i martiri del putsch.  Fin qui lo spartito era noto, le critiche (scenografiche) attese.

Nelle stesse ore, però, il primo ministro turco, Binali Yıldırım, ha manifestato ai russi la disponibilità del proprio Esecutivo a concedere l’utilizzo della base aerea della Nato presente a Incirilik, nel sud del paese, a 12 km a est di Adana.


La licenza di utilizzare quell’area rientrerebbe nello sforzo congiunto studiato dalle due potenze contro i miliziani dell’Isis sul territorio siriano, ma è fin troppo evidente come la mossa regionale sia destinata ad agitare gli animi di chi siede nello Studio Ovale.

La Turchia ha aperto la sua base aerea di Incirlik per combattere i terroristi. Essa è utilizzata dagli Stati Uniti e dal Qatar, ma anche altri paesi possono utilizzare allo stesso modo la medesima base (…). Mi riferisco alla Russia, sebbene finora non sia pervenuta alcuna richiesta in tal senso“, ha specificato poi il primo ministro.

La strategia interna: genesi di un Sultanato

Lo stesso capo del governo ha incontrato i leader dei principali partiti di opposizione per mettere le forze parlamentari al corrente delle misure intraprese dall’Esecutivo nella lotta al Pkk, all’Isis e alla Feto (la rete clandestina teoricamente retta da Fethullah Gülen e rea di aver ordito il colpo di Stato del 15 luglio).

È il terzo incontro ufficiale avvenuto in poco più di un mese, segno che Erdogan non vuole rinunciare in alcun modo al clima di solidarietà nazionale che ha consentito all’Akp di recuperare credito nei sondaggi.

Nell’ambito del confronto, Yıldırım ha informato le minoranze delle nuove disposizioni penitenziarie per i detenuti coinvolti nel putsch. Oltre ai limiti imposti nei colloqui coi legali, ai soggetti fermati sarà inibita la possibilità di vedere i propri cari durante la detenzione, contravvenendo così alle misure ordinarie stabilite dal diritto turco.  Secondo quanto dispone la legge, infatti, i carcerati possono ricevere visite una volta al mese e hanno facoltà d’incontrare i propri affetti ogni due settimane, separati da un vetro e alla presenza di un agente. I poteri speciali detenuti dal Governo, tuttavia, consentono al primo ministro di non attenersi al dettato normativo, stante il pericolo corso dalle istituzioni democratiche.


Ma perché la maggioranza condivide queste informazioni con le forze d’opposizione? Di là dalla crescita registrata nelle rilevazioni demoscopiche, Erdogan ha un obiettivo politico di breve termine: l’idea, coltivata da tempo, è di trasformare la repubblica in un sistema presidenziale, sì da avocare a sé i poteri formalmente in forza al capo del Governo. Una consacrazione di fatto, un modo per sancire il nuovo assetto sistemico definito nella riforma costituzionale.

È un disegno cui Erdogan non intende rinunciare, con buona pace di quanti – nel suo stesso partito – hanno manifestato dubbi sulla futura stabilità del paese. È il caso dell’ex plenipotenziario Ahmet Davutoğlu, sacrificato sull’altare del sultanato per il solo fatto di aver procrastinato i tempi della riforma. Sulle sorti della futura democrazia turca, ammesso che di democrazia si possa e si potrà parlare, restano perciò molte nubi.

Gli eredi al trono: la famiglia Erdogan

A tal proposito vi segnalo un’interessante riflessione pubblicata su War on the Rocks in merito ai possibili eredi di Erdogan qualora il capo dello Stato dovesse abbandonare le redini del paese. L’idea alla base del pezzo è che il modello proposto dal leader turco sia destinato a far emergere dalla cerchia dei suoi familiari il possibile successore.


Da qui uno sguardo obbligato alla prole dell’ex sindaco di Istanbul, ai quattro figli che potrebbero intraprendere la carriera politica: Burak, il cui appeal è minato da una vita un po’ dissoluta e da un incidente automobilistico mortale nel 1998 (con le dovute proporzioni, una sorta di Lapo Elkann); Bilal, buona presenza mediatica, ottima retorica, pedigree harvardiano macchiato da un’indagine bolognese su corruzione e riciclaggio; Esra Albayrak, laura presso l’Indiana University e master a Berkeley, timida e schiva in pubblico; e Sumeyye Bayraktar (ritratta nella foto), formatasi nello stesso ateneo della sorella ma poi specializzatasi alla London School of Economics.

Se davvero da questa ristrettissima cerchia dovesse emergere il nome del “principe ereditario”, sarebbe probabilmente quest’ultima la candidata con maggiori chance di conquistare la scena pubblica, dato anche il dinamismo mostrato nell’ultimo lustro all’interno dell’Akp e le apparizioni, molteplici e disparate, al fianco del padre.

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