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La bilancia commerciale divide Washington e Pechino: le importazioni dall’Oriente minano la solidità dell’economia americana. E “The Donald” non ci sta…

Chi ha detto che i rapporti di forza fra Cina e Stati Uniti debbano rispecchiare l’equilibrio del passato? Donald Trump, nel corso dell’ultima campagna elettorale per le presidenziali americane, ha accusato Pechino di praticare concorrenza sleale sotto il profilo economico, ventilando l’ipotesi di un dazio del 45% sulle importazioni cinesi. Una minaccia da cui ha tratto giovamento politico: come ha notato Nate Silver, infatti, “la lista degli stati dove Trump ha vinto è perfettamente sovrapponibile a quella identificata dall’economista del Mit, David Autor, come la mappa degli stati dove maggiore è stato l’impatto delle importazioni cinesi”. Trump ha toccato un nervo scoperto, intercettando e cavalcando il malessere espresso dall’opinione pubblica americana.

Un mercato troppo chiuso

La ricetta proposta all’elettorato era verosimilmente strumentale, ma lasciava intuire il nuovo approccio muscolare ipotizzato dall’entourage del candidato. Col leader repubblicano, Washington non è più disposta a tollerare le doppiezze della potenza asiatica. Per gli imprenditori americani i benefici sono ancora contenuti: trattare con le banche cinesi per ottenere linee di credito è un’impresa titanica; esportare i propri prodotti, per soddisfare la domanda di una platea potenziale enorme (oltre un miliardo di consumatori), è un mezzo calvario; la burocrazia resta un’idra famelica e perfino le barriere sugli Investimenti diretti esteri sono rimaste stabili negli anni.

bilancia-commerciale-usa-cinaL’occidente ha dimostrato di poter chiudere un occhio sul rispetto dei diritti umani purché passino le merci. Se anche queste, però, vengono fermate alla dogana, non c’è più intesa che tenga: è il tana libera tutti, saltano gli accordi scritti e perfino il gentlemen’s agreement.

La sfida globale

Xi Jinping e Donald Trump si stanno studiando a distanza. Nessuno dei due vuole rotture frontali, ma al tavolo delle trattative le armi saranno esposte in bella vista. Trump, determinato a rinegoziare gli accordi che a suo giudizio hanno nuociuto alla crescita americana, non è disposto a mostrarsi pavido.

La Cina, d’altra parte, ha di fronte uno spettatore meno interessato alla penetrazione strategica nel cuore dell’Oriente. Potrebbe decidere di rimodellare le proprie politiche in cambio di un ridimensionamento degli Usa sul versante asiatico. Ridimensionamento in atto, almeno a giudizio di Massimo Gaggi: “Singapore, Malesia e Vietnam, furiosi per il tradimento di Washington, aprono a Pechino. Giappone e Corea del Sud, i due principali alleati Usa nell’area, sono nel panico” sintetizza l’analista del Corriere.

Per questa ragione Xi Jinping si è già mosso col Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), alternativo al Ttp obamiano. È una partita a scacchi, una gara di nervi dove i cinesi hanno la carta del debito americano, destinato a crescere ancora, e la Casa Bianca ha – almeno per il momento – le chiavi d’accesso al mercato internazionale.

E l’Europa?

Il Vecchio Continente non è pervenuto neanche stavolta, preso com’è a cercare un’improbabile mediazione fra istanze nazionali differenti. Ieri, su queste colonne, esprimevo qualche riserva in merito alla potenziale leadership continentale di Angela Merkel. Nulla da togliere alla Cancelliera, per carità, ma convincere i tedeschi ad alleggerire la presa sui bilanci delle economie mediterranee è con ogni evidenza operazione assai complessa. A ventiquattr’ore di distanza, il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha confermato i peggiori presagi, chiedendo a Bruxelles di concentrarsi meno sul surplus tedesco e di guardare con maggiore attenzione al debito pubblico di altri partner.

È l’ennesima baruffa sui conti, ancorché motivata, e testimonia quanto Berlino sia allergica a ragionare come potenza-guida, presa com’è dall’esigenza di mondare i peccati delle nazioni-cicala. “Nel mondo globale il futuro si chiama Europa e non nazione” scriveva ieri Adriana Cerretelli sul Sole. Un dato di fatto che gli Stati membri tendono a sottovalutare.

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