in europa, medioriente, occidente

Culla di civiltà?

Parigi, L’Aja, Roma, Berlino. Praticamente filotto. Adesso possiamo scriverlo senza troppi giri di parole: l’intera Europa è stata attraversata da manifestazioni di piazza per la “Palestina libera”, il mito dietro cui spesso si cela un’ondata di ripugnante antisemitismo. Non urlano, lor signori, “pace in Medioriente”, non esibiscono striscioni contro i razzi lanciati da Hamas. No, la condanna è unilaterale, secca, decisa. E se gli organizzatori di questi spettacoli, osceni e folkloristici al contempo, non fossero dei pusillanimi devoti al politicamente corretto, verrebbe almeno da riconoscergli il pregio della coerenza, quell’insana follia luciferina che in altri tempi animò l’ardore cupo delle camicie brune.

Purtroppo, però, prevale la malizia, la voglia di dire e non dire, di ammiccare ai razzisti della prima ora lustrandosi almeno un poco la coscienza, con fare democratico. Sono le dinamiche di un pacifismo a targhe alterne, cencioso e stucchevole, di chi predica il cessate il fuoco non per soccorrere le vittime, ma per imbrigliare la parte forte, nella speranza che l’altro contendente in gioco sappia cogliere al volo l’opportunità per bastonare. E’ lo spirito squadrista, nulla più.

hamasI negozi vandalizzati nella capitale francese, le bandiere nere nei Paesi Bassi, le scritte della vergogna apparse sulle mura della città eterna, gli slogan scanditi a chiare lettere laddove si celebrò l’olocausto: il quadro è completo. Complimenti alla culla della civiltà, quell’Europa che ha ospitato due conflitti mondiali al suo interno e non ha ancora imparato né l’arte della diplomazia né lo spirito della terzietà.

Un plauso va poi agli Stati Uniti, paese che fu arbitro dell’equilibrio internazionale e che adesso si schiera alla carlona con quanti ignorano le rimostranze, pur legittime, del governo di Tel Aviv. Che sia dolo o incompetenza, poco cambia: la sostanza è che la volontà dell’Amministrazione Usa pesa inevitabilmente sulle sorti del conflitto. Si sprecano troppe parole per condannare i tank israeliani e se ne impiegano tre o quattro per prospettare vie d’uscita. Quale sia, al momento, il piano di Kerry non è chiaro. L’unica opzione credibile l’ha suggerita Thomas L. Freidman sul New York Times: “Israele dovrà negoziare seriamente un ritiro dalla Cisgiordania e Hamas dovrà prendere parte ad un Governo di unità nazionale palestinese e rinunciare alla violenza”. La Casa Bianca, partendo da qui, può redigere una road map?