in europa, fede e religione, occidente, Russia, terrorismo, Usa


Il disimpegno dall’Iraq ha spostato il baricentro d’azione dei terroristi e la primavera siriana ha fatto il resto. Serve immediatamente una rivoluzione tattica: forza e intelligence per vincere la sfida

Quando George W. Bush organizzò la guerra ad Al Qaeda, la politica del first strike fu duramente contestata dall’intellighenzia mondiale. L’idea che un’America ferita potesse adottare una strategia muscolare inorridiva le pie coscienze dell’Onu: così, nel momento in cui Kabul e Baghdad finirono nel mirino del Dipartimento di Stato, il coro delle prefiche ripescò dagli armadi la bandiera arcobaleno o qualche orpello post-sessantottino per criticare il regime fascista di Washington.

Eppure i neoconservatori erano stati abbastanza chiari: di là dalla patacca delle armi di distruzione di massa, l’idea americana era cinica e rooseveltiana al tempo stesso. Da un lato, infatti, la Casa Bianca credeva fermamente nell’assunto storico per cui due democrazie non si sarebbero mai fatte una guerra e instillare il germe della libertà civile sembrava, all’epoca, una sfida a portata di mano; dall’altro, con crudo realismo, Bush ipotizzava di spostare in Medioriente il terreno dello scontro, così difficilmente l’America avrebbe assistito a nuovi attentati nel proprio cortile di casa. Con una pseudo-operazione di polizia internazionale, volta a disarcionare regimi teocratici e vecchie satrapie, si potevano prendere due piccioni con una fava, anche se quella fava era difficile da digerire in patria, visto il sacrificio in termini di vite umane richiesto ai marines.

A distanza di anni, mentre volge al termine un ciclo politico diametralmente opposto, l’Europa, in precedenza ferocemente critica nei confronti dei neoconservatori, può forse rivalutare la vecchia ricetta del Dipartimento di Stato. La tattica texana che Bush tirò fuori dal cilindro dopo il crollo delle due Torri sembra, infatti, meno irrazionale in queste ore, quando le grandi metropoli occidentali, le sconfinate realtà urbane del Vecchio Continente, si trovano esposte alla minaccia della violenza jihadista, avendo già regalato interi quartieri al nemico.

Parigi e Bruxelles hanno dimostrato quanto sia difficile controllare il territorio, vieppiù se si mette in conto non soltanto la minaccia esplosiva portata avanti dai kamikaze, ma l’idea perversa della raffica di mitra sparata ad altezza d’uomo nei locali pubblici o sulle vetture della metropolitana. Questo scenario agghiacciante, che l’intelligence sta cercando di fronteggiare mettendo in comune le informazioni e creando una sorta di database globale per agire preventivamente, sta diventando quella minaccia permanente che già Bin Laden – nel lontano 2001 – metteva all’ordine del giorno come una spada di Damocle pendente sul capo delle liberaldemocrazie.

La soluzione può essere quella adottata in passato, ossia il ricorso agli arsenali per occupare militarmente Raqqa, Tripoli e Damasco? Improbabile. Innanzitutto perché è cambiato il contesto: vecchi rivali come l’Iran sembrano ora spettatori e alleati interessati, mentre attori più ambigui come i sauditi hanno conservato fieramente la propria doppiezza. E’ saltato, da ultimo, l’equilibrio di poteri: i rapporti di forza si sono polverizzati e al posto del mito della “fine della storia” è subentrato il rinnovato protagonismo di una pluralità di nazioni (basti pensare alla campagna russa in Siria o a quella francese in Libia, impensabili appena quindici anni fa col diniego del Pentagono).

Negare, però, che un conflitto ci sia e che la forza debba essere una delle possibili leve per mettere in sicurezza il sistema vuol dire fare gli struzzi, nascondere la testa sotto terra nella speranza che tutto torni come prima. Città militarizzate, stazioni e aeroporti sconquassati, minacce più o meno esplicite provenienti da 400 combattenti pronti a diventare martiri spingono a non sottovalutare oltre il pericolo, a non battere ancora questa strada. E dire che “il problema non è l’islam” quando, a occhio, tutti quelli che si fanno saltare per aria predicano un’interpretazione letterale e radicale del Corano pare ormai palesemente controproducente.

Allora, che fare? Bisogna usare il raziocinio, accettare che la violenza non terminerà dall’oggi al domani, che nuovi lutti, nuove lacrime, irromperanno nella nostra routine quotidiana. Fra il non far nulla e i bombardamenti indiscriminati esistono infinite sfumature, di forza e di diritto, che possono essere prese in considerazione, ma che difficilmente risulteranno credibili se al fianco della linea militare non sarà imposto un coordinamento strategico dell’antiterrorismo europeo. Non si tratta di mettere in circolo le informazioni di cui si è in possesso, ma di agire come una singola realtà nazionale, di organizzare gerarchicamente una struttura in grado di avere un vertice, dei responsabili e degli attori esecutivi. Il fatto che Francia e Belgio siano le due nazioni maggiormente prese di mira non è un caso: i terroristi si sono incuneati nell’eccessiva frammentazione delle macchine di sicurezza statali, laddove entrambi i paesi non hanno storicamente mai affrontato una minaccia politico-militare di siffatte dimensioni. Nuove minacce richiedono nuove soluzioni e financo nuovi approcci: rifugiarsi nelle barriere, nei controlli alla frontiera, è un’operazione di facciata più dannosa che utile.

Per chi fosse interessato agli aggiornamenti del blog,
è possibile iscriversi alla newsletter inserendo la propria mail QUI.