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Dalla Francia con acume: i professionisti del senso di colpa e quella voglia di menare sempre l’Occidente

Foto false, bugie, giustificazioni sociali: così l’esercito dell’Isis gode di una buona propaganda in Europa al netto delle condanne di facciata. Dopo le raffiche di mitra nella capitale francese, il problema insoluto sembra essere l’islamofobia
Un gruppo di sostenitori dell'Isis

Un gruppo di sostenitori dell’Isis

Ma per quale diavolo di motivo, in un modo o nell’altro, dev’essere sempre colpa nostra? Per quale ragione astrusa, nell’iperuranio delle idee, un esercito di professionisti della bega pesca sempre responsabilità recondite dell’Occidente per tutto ciò che avviene, dentro o fuori dai nostri confini?

La guerra in Siria si protrae da diversi anni a questa parte, ha addotto infiniti lutti in primo luogo ai mussulmani, trucidati da un regime che non ha esitato a utilizzare armi batteriologiche o passati a fil di lama dai devoti assassini di Maometto, un esercito di pazzi – composito ma raffazzonato – che ha fatto della guerriglia permanente la propria vocazione. Quanto avvenuto a Parigi, e prima ancora a Londra o a Madrid, non è terrorismo: è jihadismo, è la dichiarazione bellica di un pugno di esaltati che ha proclamato una crociata contro la Gente del Libro, con buona pace di qualsiasi remora umana o spirituale. Hanno condotto delle azioni di guerra nel senso letterale del termine: fanteria leggera, si dice in gergo, simultanea e indiscriminata. Un modus operandi che ricorda le peggiori squadracce naziste, quelle delle Fosse Ardeatine, dell’antisemitismo e del genocidio facile.

Nulla di tutto ciò affiora nei cervelli ottenebrati dall’ideologia? Nemmeno un dubbio sfiora i professionisti del benaltrismo, pronti a risalire fino ad Adamo ed Eva pur di dimostrare che la nostra coscienza è terribilmente insozzata all’inverosimile?

E ammettiamolo, anche fosse, di aver avuto in qualche modo responsabilità nell’ascesa dell’Isis. Ammettiamo di aver lasciato un paese nel caos, quello iracheno ché in Siria non c’abbiamo proprio messo piede, o di aver avuto un approccio para-colonialista. E con ciò? Cosa cambia, in linea generale, per quei corpi trucidati nei bistrot o durante le performance musicali? L’unica equazione che si evince è: noi abbiamo ammazzato civili, ora sono i nostri civili a cadere come fiori appassiti sul selciato. Che è esattamente il ragionamento condotto dai terroristi, prova di quanto queste argomentazioni siano non dico faziose, ma addirittura conniventi.

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Commento

  1. “ché in Siria non c’abbiamo proprio messo piede”

    Chi è che ha raccontato per cinque anni di stare armando i “ribelli”? Ce lo raccontavano al TG serale, non lo hanno mica tenuto nascosto.

      • Armiamo i ribelli, dicevano il segretario di Stato Usa e un paio di ministri degli esteri (Francia, Gran Bretagna). Ce lo hanno ripetuto per anni, a più riprese. Li chiamavano “ribelli moderati”. Si è poi saputo che le forniture di armi ed equipaggiamenti sono finite in mano ai tagliagole vestiti di nero; di “ribelli moderati”, ahimè, nessuna traccia.

        Quello che non capisco io è se effettivamente le cancellerie europee stiano cambiando atteggiamento riguardo ai fondamentalisti radiocomandati – meno gestibili del previsto; o se tutto questo abbaiare sia solo cortina fumogena per i media. Nel mentre, continua placidamente lo smercio di petrolio rubato dai fanatici attraverso la Turchia.

        • E’ una posizione che lascia interdetto anche me. Direi che il difetto non sia di comunicazione, ma di alleanze. Da quanto traspare sulla stampa internazionale, numerosi effettivi addestrati dalle truppe occidentali in chiave anti-Isis si sono arruolati col Califfo non appena hanno varcato i confini siriani. Potrebbe essere astuzia o furbizia di Abu Bakr, di certo è una falla nel nostro approccio. Il problema, credo, è che se si esclude la pista Assad, non si sa bene a che santo votarsi. In assenza d’interlocutori credibili si procede col capitale umano che si ha a disposizione. Inevitabilmente, quindi, si va a tentoni, con tutto ciò che ne consegue, come hai giustamente notato