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La situazione finanziaria del Comune è critica, ma la Città Eterna riesce solo a piangersi addosso

In una città come Roma, con dodici miliardi di euro di debiti, discutere di un fumoso avviso di garanzia – quello destinato all’assessore all’ambiente Paola Muraro, accusata di abuso d’ufficio e reati ambientali – è francamente surreale. La capitale beneficia, ogni anno, di un’iniezione di liquidità garantita dai contribuenti italiani, di là dal sacrificio dei vessati residenti, costretti a pagare tributi non in linea coi servizi ricevuti. Malgrado ciò il disavanzo strutturale, il debito prodotto di anno in anno al netto delle entrate, non viene scalfito: è di 550 milioni di euro. Il problema del Comune, ben evidenziato da molti osservatori, non è sanare il pregresso, ma arrestare questa perversa spirale negativa e “affamare la bestia”.

Quel numero rotondo – di cui Alemanno era a conoscenza, di cui Marino era a conoscenza – sta lì a testimoniare come i diversi corsi della politica si traducano talora in operazioni di facciata, utili per un giro di poltrone e nulla più. Certo, ci sono i rimpasti, “lo scontro in Consiglio”, “Mafia Capitale”, le “crisi in Campidoglio”: paccottiglia a mezzo stampa, venduta tanto al chilo, il cui valore politico è pari a zero. Resta, semmai, il solito monotono spartito di una città abituata a piangersi addosso.

Lo psicodramma del trasporto pubblico

E dire che i problemi non mancano. La mobilità, per esempio. La terza linea metropolitana, la futura metro C, è un sogno a portata di mano, che sfugge sempre per una serie di sfortunate circostanze. Il progetto che dovrebbe portare all’intera copertura della zona nord-ovest della città è stato avviato nel lontano 2007, ma fra gare d’appalto, lungaggini burocratiche e reperti dell’Impero affiorati durante i lavori si procede a passo di lumaca. Le ventiquattro stazioni destinate a coprire i 21,5 km di tracciato dovrebbero essere completate, salvo nuovi problemi, nel 2022. Quindici anni, che fretta c’è?


Vabbè, la metropolitana non sarà il massimo, ma l’Atac resta un gioiello. Anzi no. I bus nel parco aziendale sono pochi, diverse vetture sono rotte, i fornitori non vengono pagati e le officine non ricevono i materiali di ricambio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il 40% dei mezzi, secondo stime ufficiose, non può circolare e il cittadino imbufalito inizia la propria giornata come la celebre gazzella nella pubblicità della Gatorade: sapendo che dovrà correre più veloce degli altri per beneficiare del trasporto pubblico.

Il welfare state “de noantri”

In compenso gli assunti sono tantissimi: in tempi di austerity e di tagli al personale, l’Atac può rivendicare con orgoglio i propri dodicimila dipendenti, che incidono sicuramente sul miliardo e trecento milioni di euro di debiti prodotti dall’azienda, al netto dei sussidi incassati negli ultimi sei anni (pari a quattro miliardi e rotti). Prendersela con l’Atac, si dirà, è troppo semplice. E in effetti è vero, perché è tutto il sistema delle partecipate – coi suoi 30.000 impiegati – che dovrebbe essere messo al pubblico ludibrio. A Roma, negli anni, è passato un adagio in Comune: le aziende municipalizzate servono a creare un welfare state locale, stante l’impegno profuso dallo Stato per evitare il fallimento delle suddette società. È questa la vera mangiatoia, altro che Olimpiadi e stadio di proprietà dell’AS Roma.


Intervenendo a Nettuno, innanzi ai propri elettori, ieri sera Alessandro Di Battista ha rivendicato l’obbligo morale del Movimento Cinque Stelle: riformare l’intero sistema togliendo l’arma del clientelismo alle conventicole che hanno lucrato da posizioni di potere. Tutto giusto, per carità, ma quando si è trattato in campagna elettorale di dire la verità, cioè di promettere lacrime e sangue per le fallimentari aziende controllate dal Campidoglio, l’entourage di Virginia Raggi si è ben guardato dal dire le cose come stavano. Uno vale uno e un voto è sempre un voto: se puoi prenderlo con una mancia da 80 euro o con la promessa di un posto fisso vita natural durante, perché privarsene?

Il veleno nei pozzi di Roma

La “questione Muraro”, che ha già portato alle dimissioni del mini-direttorio romano, non è stata montata ad arte dai giornalisti trinariciuti. La polpetta avvelenata se l’è servita da solo il Movimento, ignorando l’articolo 27 della Costituzione – “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” – e articolando la propria democrazia interna con anatemi ed espulsioni.

Poi, è vero, i media hanno montato sopra un caso: abituati da anni a considerare le veline delle Procure alla stregua dei testi sacri, il tic è automatico. E il livore, inspiegabilmente compiaciuto, nel dire che in fondo sono tutti uguali mostra un’informazione non sempre all’altezza della propria missione. Per altro verso, se Travaglio diventa un avvocato di grido qualcosa è andato storto. Certo è che l’ingenuità, invocata dalla Raggi per giustificare i primi passi falsi, non è scusabile. Specie se in passato sono state dette simili sciocchezze…

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