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Dimissioni, why not?

Un cortocircuito nel sistema politico e giudiziario. Questo è oggi Luigi De Magistris, l’ex pm di Catanzaro condannato a 15 mesi di reclusione per le intercettazioni a strascico nell’inchiesta “Why Not”. Era l’eroe del giustizialismo spicciolo, una sorta di Garibaldi togato, l’unico pubblico ministero “prestato” alla politica ad aver affrontato faccia a faccia Antonio Di Pietro, un’autorità da quelle parti (sic). Per il sindaco di Napoli l’epilogo sembrava potesse essere dei migliori: la poltrona istituzionale, gli appelli alla rivoluzione civile, la bellicosa volontà di portare avanti la battaglia per un Parlamento pulito, perfino la strenue difesa dell’autonomia della magistratura. Erano elementi che davano sostanza al progetto dell’Italia dei Valori: un’Opa sul mondo girotondino e benpensante, uno sguardo languido verso i cronisti del Fatto e gli elettori a cinquestelle.

Poi la sentenza. Amara, cruda. La decisione di non essere remissivo, d’irridere il dettato dei giudici alzando il tiro della polemica de magistrisin virtù del mandato elettorale. “Non ci faremo piegare da questa melassa putrida che mette insieme pezzi dello Stato che non hanno il coraggio di dirti in faccia che ti vogliono abbattere” tuona il primo cittadino partenopeo. L’espressione imbolsita, lo sguardo carico di livore, la frustrazione che si avverte nell’aria: sono segnali di sbando. Anche chi fino a ieri giurava sulla sua oculatezza, adesso guarda sbigottito all’involuzione dell’uomo. Le dimissioni non sono prese in considerazione e per l’applicazione della legge Severino si confinda nella prudenza del Prefetto. L’Anm, invece, può andarsene al macello: “è la battaglia della vita. Luigi lo sa, basta un tentennamento e come uomo pubblico è finito” sussurrano gli amici.

Ma quale futuro può esserci per chi ha messo in discussione con la sua condotta tutto ciò che ha sempre professato? Se Berlusconi improvvisamente sposasse Stalin, in quanti lo seguirebbero? Ecco: l’imputato De Magistris ha dimostrato noncuranza nei confronti delle istituzioni che professionalmente avrebbe dovuto onorare. Altro che Cuffaro o Andreotti! Nell’idea stessa del complotto, agitata come uno spauracchio, c’è l’essenza del dna berlusconiano. Non a caso i sostenitori di ieri si defilano, si spostano nell’ombra con malcelato imbarazzo.

Ma De Magistris è soltanto la punta dell’iceberg. Quanti giornalisti e quanti intellettuali lo hanno vezzeggiato durante la sua ascesa? Quanti hanno dato lustro alla sua capacità mediatica, senza curarsi del modus operandi che adottava? Quanti hanno alimentato il mito del Danton campano, chiamato dal basso a salvare i destini incerti della nazione? Quanti hanno schernito chi ne denunziava la protervia, chi avvertiva puzza di zolfo dietro le frasi ambigue di Genchi? Servirebbe un bell’esame di coscienza collettivo, perché Luigi De Magistris è soltanto  il sintomo di una patologia che lega a doppio filo i tribunali nazionali e le aule parlamentari. E nelle diagnosi nostrane c’è sempre un dott. Tersilli disposto a speculare.

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