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Divide et impera: la nuova strategia di Obama e la necessità di collaborare con Putin

Barack Obama a colloquio con Vladimir Putin

Barack Obama a colloquio con Vladimir Putin

Se le indiscrezioni raccolte da Maurizio Molinari sulla Stampa corrispondono al vero, una nuova ipotesi sul futuro di Baghdad e Damasco sembra profilarsi all’orizzonte, nell’ambito di un disegno strategico volto a dettare un nuovo equilibrio regionale. L’idea patrocinata dagli analisti della Casa Bianca prevede la balcanizzazione dell’area in cui l’Isis ha gettato le fondamenta del suo potere: una divisione sostanziale del Califfato pensata sulla base delle diverse appartenenze etniche. In tal modo Obama vorrebbe far scemare il tasso di conflittualità fra gli attori locali, garantendo a ogni soggetto coinvolto uno Stato vero e proprio, una realtà che in futuro sarà riconosciuta dal consesso delle Nazioni Unite. Battendo questa via, fra l’altro, si potrebbe assicurare una sorta di polizza-vita ai curdi, prede disgraziate di regimi differenti accomunati dal tratto distintivo dell’intolleranza nei loro confronti.

Di là dal disegno strategico, ancora in discussione e ben lungi dall’essere sottoposto all’attenzione della comunità internazionale, resta al momento la frattura registrata all’interno del blocco occidentale, una frattura che ha particolarmente colpito Washington perché ha dimostrato, se mai ve ne fosse il bisogno, come l’alleato europeo non sia un interlocutore credibile. Qualche mese fa, a fronte dei marasmi economici che agitavano l’andamento della moneta unica con la possibile defezione della Grecia, gli esperti in relazioni internazionali d’oltreoceano si erano sbilanciati offrendo lo scettro del Vecchio Continente ad Angela Merkel. Ebbene, il silenzio prudente che si è levato in maniera assordante da Berlino ha testimoniato come il ruolo di preminenza esercitato dalla Germania sia più che altro uno specchietto per le allodole, un’iniezione di rigore e austerità in un’economia semi-dissestata cui non corrisponde però alcun progetto politico di lungo respiro. Quanti vedevano dietro l’egida della Cdu lo spauracchio di un’Europa tedesca in luogo di una Germania Europea possono dormire sogni tranquilli: i disegni egemonici della Cancelliera sono durati lo spazio di un mattino.

L’unico ad aver svecchiato il lessico intorpidito dell’opinione pubblica, tentando di circoscrivere il peso di un pacifismo nei fatti anacronistico, è David Cameron, il quale vorrebbe offrire garanzie concrete all’Eliseo impegnando un contingente d’aviazione entro 14 giorni: un’offensiva al terrore che però dovrà essere supportata in Parlamento da un partito conservatore poco incline all’impegno diretto o da un movimento laburista corbyniano che è tutto fuorché affidabile in una simile prospettiva.

Anche per queste ragioni il dibattito americano guarda oltre la vecchia cortina di ferro, in direzione Mosca. La forza di Vladimir Putin, la cui coerenza sul campo ha spiazzato gli interlocutori mondiali consentendo alla Russia di ritagliarsi un ruolo importante nell’equilibrio che verrà, è un dato di fatto difficilmente opinabile. E l’apertura di credito, manifestata privatamente, sulla possibilità di pensare “insieme” ad un dopo-Assad, garantendo la vita dell’ex rais, rappresenta un ulteriore segnale di credibilità. Non soltanto il Cremlino ha dimostrato un insospettabile attivismo in una regione in cui da tempo esercitava il ruolo precario di spettatore, ma ha addirittura costretto partner e avversari a rincorrere le sue posizioni, interloquendo di fatto con l’unico soggetto che ha apertamente osteggiato l’Isis da principio, il vecchio Assad per l’appunto.

Qui il discorso si complica, perché le umane antipatie dovrebbero cedere il passo all’analisi realista. Non a caso il Foglio, sempre attento al dibattito americano, ha raccolto il parere di Robert Kuttner, direttore del progressista American Prospect. Questi ha sgomberato il campo dagli equivoci, affermando che Putin sarà anche una persona orribile, ma insomma sugli alleati non possiamo essere schizzinosi se la minaccia è imminente. Lo stesso esponente del pensiero liberal si è così avventurato in un paragone storico interessante, ricordando come anche Stalin fosse un poco di buono, eppure divenne sodale del governo americano quando l’avversario da abbattere era Adolf Hitler. Si ragiona per priorità, insomma, e non sull’onda lunga dell’emotività.

Una necessità, quest’ultima, che la Casa Bianca ha già trascurato in passato, allorquando – durante la ricostruzione – si decise di estromettere dalle trattative i colonnelli, militari e non, che avevano supportato in Iraq il regime baathista. Una scelta scellerata, che non ha contribuito alla pacificazione ma semmai ha regalato, prima ad al Qaeda e poi all’Isis, un’addestrata manovalanza del terrore, in grado di tenere in scacco l’area sino ai giorni nostri.

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