in Editoriali, Russia, Usa

Trump ha sconfitto il clan Clinton riportando i repubblicani alla Casa Bianca. Vediamo cosa è lecito aspettarsi dalla nuova presidenza americana

Alla fine siamo costretti a prenderlo sul serio. Donald Trump è il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, il mattatore della tornata elettorale più imprevedibile degli ultimi anni. Uno sprovveduto che, da solo, ha sbaragliato l’intero establishment del Partito Repubblicano, rottamando sedici avversari prima di mandare in rovina la corazzata Clinton. Corazzata eticamente a modo, supportata dallo star-system, promossa a pieni voti dai grandi giornali d’oltreoceano e vezzeggiata nel Vecchio Continente. In frantumi.

La Casa Bianca torna a essere repubblicana a dispetto di ogni pronostico, di ogni rilevazione statistica, di ogni commento dottorale sulla strisciante volgarità del cafone miliardario. “The Donald” si è preso lo Studio Ovale sfatando i toni fatalistici di chi presagiva la fine della storia per incoscienza collettiva. Il primo segnale doveva arrivare dal crollo dei listini. Così non è stato, e non per il tono paludato delle dichiarazioni del vincitore.

Oltre Wall Street

Le borse non sono né di destra né di sinistra: gli operatori valutano le prospettive di crescita di un paese, la sostenibilità del debito, l’andamento dell’indice occupazionale, il rating. In altri termini: la solidità del sistema. A dispetto degli impegni assunti in campagna elettorale, nessuno può dire oggi con certezza quale sarà la politica economica che Trump inaugurerà, ivi considerate le resistenze della vecchia guardia repubblicana per nulla incline a deporre in soffitta l’armamentario del libero mercato. Nel dubbio, l’isteria non ha prevalso.


Con Trump gli Stati Uniti entrano in una terra di nessuno, un ritorno alle origini per chi ha fatto della scoperta del West un elemento storico e leggendario del proprio passato. Gli interrogativi riguardano ogni aspetto del nuovo corso, non soltanto l’economia. Cosa farà in Siria il presidente? E in Libia abbandonerà gli alleati dell’Amministrazione Obama per rinsaldare i rapporti col generale Haftar, già supportato da Mosca? Rispetto all’Europa quale sarà la sua strategia politica? Con gli “scrocconi” della Nato come si comporterà? Davvero celebreremo i fasti di un riavvicinamento col Cremlino? Nulla è certo, chi fa previsioni compie un azzardo sulla base di suggestioni anacronistiche.

L’eccentricità al potere

Trump non è uno scafato politico di Washington, prevedibile a certe condizioni. È un arruffapopoli che ha saputo intercettare la protesta del ceto medio americano, rompendo il “firewall” della contendente e conquistando i favori della classe operaia. Non è uno statista, è un uomo affetto da una palese incontinenza verbale, prova ne sia l’uso spregiudicato di Twitter. Come reagirà quando il Congresso imporrà paletti e riflessioni? Ancora una volta, nessuno lo sa.

Trump è arrivato al potere per una ragione precisa: è la risposta anti-sistema alla perdita del potere d’acquisto dell’americano medio, per nulla persuaso dalla vigorosa crescita rivendicata dal presidente uscente. Come ha evidenziato Lucia Annunziata riprendendo Nate Silver, “la lista degli stati dove Trump ha vinto è perfettamente sovrapponibile con quella identificata dall’economista del Mit David Autor come la mappa degli stati dove maggiore è stato l’impatto delle importazioni cinesi”. Di più: per parafrasare Ramesh Ponnuru, “Trump ha vinto diversi stati che hanno votato due volte per il primo presidente nero. I primi dati suggeriscono che Trump ha conquistato un decimo degli elettori che avevano un’opinione positiva dell’operato di Obama”.

Il popolo dei miserabili

Non ha trionfato, dunque, per il suo razzismo. Mentre i media lo prendevano alla lettera, gli americani lo interpretavano e si ritrovavano nella sua retorica scapigliata. Nessuno si aspetta espulsioni e deportazioni di massa, ma una linea più dura nei confronti degli immigrati irregolari questo sì. Nella narrazione prevalente, invece, si continua a dipingere l’elettore medio del magnate come una sorta di bifolco uscito dalla roulotte in salopette, recatosi al seggio col forcone, sorridente coi suoi incisivi dorati. Un miserabile, come ebbe a dire Clinton in campagna elettorale.

Non è così. Le preferenze raccolte in tutto il paese rivelano quanto la voglia di rompere i vecchi schemi abbia attecchito nell’America profonda, un paese che forse vuole rifugiarsi nel passato per evitare di confrontarsi con un ordine internazionale scosso dalle turbolenze e retto dalla multipolarità. “La candidata più preparata della storia” secondo il circo mediatico è stata triturata dalla semplicità dell’avversario. E mentre i media si concentravano sui processi veri del tycoon (“Hillary avrà tanti difetti, ma Donald è un impresentabile”), la società civile rovesciava il paradigma. La villania di Trump è risultata bonaria rispetto alla doppiezza di Clinton, mai seducente agli occhi dell’elettorato.

Ora, il nuovo presidente non avrà l’aplomb del suo predecessore né la postura istituzionale dei suoi pari europei, ma rappresenta la più importante democrazia del mondo e si è reso interprete e depositario del sogno americano, con quel “Make America Great Again” scandito con enfasi sin dalle primarie. Trattarlo, ancora una volta, con snobismo sarebbe un errore, un atteggiamento di supponenza tanto odioso quanto stupido.

Italian corner

Ma per l’Italia cosa cambia? La visita di Matteo Renzi a Washington rispondeva a un duplice interesse: il premier voleva mostrare il proprio appeal all’estero per guadagnare consensi in vista della tornata referendaria, mentre Barack Obama sperava di consegnare a Clinton la ricca dote elettorale del bacino italo-americano.


Superati i tatticismi, restano le strategie. L’Italia è terra di confine, una cerniera fra Nord e Sud del mondo, fra Est e Ovest del pianeta. Non è un mistero che Palazzo Chigi abbia manifestato, in passato, la necessità di superare le sanzioni imposte a Mosca, nostro partner commerciale privilegiato dai tempi di Romano Prodi. Un approccio più morbido fra Trump e Putin potrebbe rispondere alle nostre esigenze economiche. Di più: se davvero in Siria e in Libia la Nato abbasserà l’indice di conflittualità, il rinnovato dialogo con la Russia potrebbe incardinarsi sui binari della lotta al terrorismo internazionale. Col Regno Unito fuori dai giochi e con l’Italia stabile alleato di entrambe le potenze, Roma potrebbe diventare il pivot europeo e il canale privilegiato nel dialogo con l’Est. Ditemi voi se è proprio una tragedia…

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