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Il timore che gli Usa tirino i remi in barca è forte. L’ordine, però, va preservato: Cina e Germania non vogliono archiviare la stagione liberista

Falchi o colombe? Neocon o alt-right? L’Europa s’interroga sulla squadra di governo del presidente Trump, uomini e donne chiamati a guidare il nuovo corso americano. All’analisi rigorosa, però, vengono preferite le vecchie etichette del Novecento, gli abiti stretti del secolo scorso. Le domande anacronistiche rivelano la confusione prevalente: Trump è di destra o di sinistra? Il suo entourage sarà figlio del vecchio establishment o ne rappresenterà la nemesi? È lo spaesamento dei media di fronte al tycoon d’oltreoceano, l’incapacità di riflettere su un dato fin troppo banale: Trump è Trump e la sua amministrazione, come ogni altra, risponderà agli interessi della base.

I “grandi” elettori

Chi sono, allora, i fedelissimi del miliardario americano? Dobbiamo tornare alle cronache del 9 novembre. Le compagnie assicurative e le grandi multinazionali del petrolio festeggiarono la sconfitta di Hillary Clinton; ma al loro fianco trovarono, in un’inedita alleanza, parte del ceto medio schiacciato dalla crisi, poco incline a ulteriori compromessi a scapito del proprio potere d’acquisto. Del resto il segnale ai grandi apparati era arrivato forte e chiaro da diversi anni: il partito repubblicano, prima di essere annichilito dal ciclone biondo, aveva coccolato i militanti del Tea Party, dando spazio e visibilità agli arrabbiati dell’ultra-destra; i democratici, a loro volta sensibili alla retorica di Bernie Sanders, con le primarie scelsero di turarsi il naso e aggrapparsi al politicamente corretto della dinastia Clinton, convinti che la presidenza fosse una questione ereditaria.


Wall Street in fibrillazione

Se i giornali reagiscono in maniera schizofrenica innanzi alle prime apparizioni del Commander-in-chief, i mercati al contrario navigano a vele spiegate. Wall Street è in preda a una strana frenesia, del tutto spiegabile se si valuta il quadro economico nel suo complesso. Banche, costruzioni e case farmaceutiche tirano la carretta sulla scorta dei piani annunciati dalla Casa Bianca. Il nuovo venerdì nero, la peste e le cavallette dovranno aspettare.


Per capire quanto lunga possa essere la marcia dello Zio Sam, bisognerà attendere almeno una schiarita dei rapporti sul fronte cinese. Perché si fa presto a dire dazi ma Pechino, avendo comprato il debito Usa, rappresenta qualcosa in più del semplice osservatore interessato.

La Cina liberista

E proprio dall’Oriente giunge il severo monito di Xi Jinping. Durante il vertice fra paesi Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), questi ha promesso agli interlocutori internazionali di mantenere il regime di libero scambio che tanta prosperità ha prodotto nell’ultimo ventennio. Sotto la falce e il martello potrebbe finalmente apparire un bigliettone verde affiancato dalla scritta “in God we Trust”.

Di là dalle battute, il dato evidente è uno: nella politica internazionale il ridimensionamento di un attore rafforza i competitors diretti, a patto che essi siano capaci di occupare gli spazi rimasti vacanti. Lo abbiamo già sperimentato in Medio-Oriente, dove Putin ha saputo approfittare della ritrosia all’intervento diretto di Barack Obama. Lo potremmo vedere ora, sul fronte finanziario, con una Cina iperattiva e pronta a rinsaldare i legami coi paesi del vecchio “mondo libero” (Italia inclusa).

Quarto Reich

Ma non c’è solo la Cina, ovviamente. Angela Merkel correrà per il quarto mandato in Germania nel tentativo di frenare l’avanzata dei nazionalisti di Frauke Petry. Sulle colonne del Der Spiegel, Dirk Kurbjuweit l’ha scritto a chiare lettere: l’America ha abdicato alla leadership morale del blocco occidentale e adesso spetta a Berlino tenere insieme i cocci dell’Ovest. Una suggestione che non è campata in aria: nel corso dell’ultima visita istituzionale nel Vecchio Continente, Obama ha investito la Cancelliera affidandole, di fatto, la propria eredità politica.


Frau Merkel, però, non sembra la miglior interprete dell’atlantismo: la sua fede nei valori liberali è fuor di discussione e, anzi, è ancor più genuina visti i natali nella Germania Est. La sua lungimiranza, invece, desta perplessità, basti pensare a come l’Europa ha affrontato la crisi, all’intransigenza sulla ricetta di rigore e austerità che ha inciso sulla rinascita dei nazionalismi nel cuore del Mediterraneo. Il punto non è se Angela Merkel abbia fatto le scelte giuste finora, ma se saprà convincere l’elettorato tedesco a compiere dei sacrifici in cambio della leadership regionale. Questa è la sfida per l’Unione.

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