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Doveva spaccare tutto, ha cominciato a spaccare il partito: Corbyn e le macerie laburiste

Jeremy Corbyn

Jeremy Corbyn

Essere profeti di sventure con il Labour di Jeremy Corbyn non era un’impresa particolarmente ostica. Per il Mario Capanna di Chippenham, come avevamo evidenziato su queste colonne, la sfida del governo-ombra si annunciava verosimilmente letale. L’unica soluzione di medio periodo, per salvare il proprio piglio scongiurando le scissioni interne, era rinunciare all’osteggiata “identità combattiva” in luogo di una prudente moderazione conciliante. Un ragionamento valido sia per le questioni interne al partito che per i temi all’ordine del giorno in Parlamento.

Fuor di metafora: la bicicletta poteva andar bene, la canottiera era rivedibile sotto un mero profilo stilistico, l’aria da descamisados è sempre stata molto trendy, ma se poi ti trovi su un pulpito a utilizzare lo stesso lessico della buon’anima di Khomeini, allora l’opinione pubblica smette di guardarti con curioso interesse e passa a un’educata commiserazione.

Corbyn, va detto, non è neanche fortunato, perché a differenza degli altri leader dell’opposizione europea non affronta un governo che ha subito un’emorragia di consensi: Cameron è più forte che mai, con o senza austerity, e la sua straordinaria abilità retorica ha liberato i Tory dal confino in cui erano stati relegati nelle passate stagioni, dalla marginalizzazione imposta ai tempi di Tony Blair.

Adesso la Camera dei Comuni è chiamata a riflettere sull’ultima proposta dell’Esecutivo: il premier, come ha ripetuto in queste settimane, è determinato a dichiarare guerra all’Isis, una guerra senza quartiere che consentirebbe all’aviazione britannica di bombardare non soltanto l’Iraq, ma anche la Siria a supporto di Parigi e Mosca.

Sugli impegni internazionali la linea del Labour è letteralmente saltata. L’implosione è talmente imbarazzante che a manifestare il proprio supporto alla linea del Governo non sono soltanto le correnti neo-centriste del partito d’opposizione, ma addirittura i ministri ombra scelti dallo stesso Corbyn fra i propri uomini di fiducia.

Per il capo dei laburisti le operazioni militari sarebbero una sciagura: in primo luogo aumenterebbero le possibilità di attentati nel Regno Unito; in secondo luogo allontanerebbero una soluzione diplomatica per il ginepraio siriano, soluzione che Corbyn continua a vedere a portata di mano, a patto che vi sia l’impegno condiviso dell’intero blocco occidentale; in terzo luogo, infine, le armi – a livello concettuale – non possono mai rappresentare la soluzione. Corbyn ha polemizzato col Governo, spiegando che uccidere i terroristi, pur in presenza di un attentato, non è la soluzione giusta. Le forze militari, a suo dire, dovrebbero neutralizzare gli assassini, cingendoli d’assedio per poi negoziare.

Attestandosi su queste posizioni, l’esponente laburista di fatto lega ragioni di principio a ragioni d’analisi, rendendo impossibile qualsiasi mediazione. In presenza di una contestazione forte, vibrante, il leader non ha potuto far altro che ammettere la libertà di coscienza, una libertà cui non avrebbe potuto ovviare considerando le defezioni registrate nelle scorse settimane.

Cameron, da par suo, ha mostrato il suo ghigno più feroce, che però coincide con un sorriso sornione di fronte ai media. Secondo quanto rivelato da un parlamentare conservatore al Guardian, il primo ministro di Sua Maestà avrebbe rimbrottato le colombe Tory, invitando i sodali a “non fare comunella con un gruppo di simpatizzanti dei terroristi“.

Il bollino infame prima o poi sarebbe arrivato, era soltanto questione di tempo. Del resto il timore espresso in merito ai possibili attentati a Londra o nelle altre città del Regno rivela pubblicamente un approccio pavido da parte di Corbyn. Un approccio che, se raffrontato con quello muscolare di Cameron, incute perplessità e timori rispetto all’emergenza sicurezza.

Per dirla in soldoni: chi vorrebbe un primo ministro legato mani e piedi dalla paura di subire stragi in patria? Chi vorrebbe un nuovo Chamberlain a Downing Street?

Sembrerà impossibile, ma a manifestare la propria ostilità è stato innanzitutto il ministro degli Esteri designato, Hilary Benn. Questi ha annunciato che sosterrà la politica del Governo, con buona pace di Corbyn, spalleggiato da Tom Watson, vicecapo dei laburisti, e da Maria Eagle, ministro ombra alla Difesa. E’ una frattura talmente significativa da chiedersi se ancora esiste il Labour, a cosa corrisponda e quale sia il collante che tiene unito il gruppo parlamentare.

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