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Erdogan rivendica gli accordi del 1979 e Ankara si scaglia contro Washington: la Cia sa che è colpevole

Fethullah Gülen deve essere estradato e la Turchia non sarà soddisfatta finché il Governo americano non avrà assicurato il predicatore alla giustizia. È questa la posizione espressa dal primo ministro di Ankara, Binali Yıldırım, in riferimento al contenzioso internazionale ingaggiato con gli Stati Uniti dopo lo sventato golpe del 15 luglio. “È una richiesta legittima che abbiamo posto a un nostro partner strategico” ha rimarcato il capo del Governo ribadendo l’inconfutabilità delle prove a carico del religioso residente in Pennsylvania.

“La Cia sa che Gülen è colpevole”

La Turchia invoca le intese bilaterali siglate con Washington nel 1979: esse imporrebbero alle due nazioni di trarre immediatamente in arresto i presunti terroristi, lasciando poi alla controparte un lasso di tempo pari a sessanta giorni per redigere un dossier puntuale circa le responsabilità dei soggetti fermati, dossier cui andrebbe allegata la richiesta ufficiale di estradizione.


La posizione turca è stata espressa con toni ancor più duri dal ministro della Giustizia, Bekir Bozdağ, secondo cui il mancato intervento americano rappresenta un’autentica offesa per il proprio popolo, deriso nelle sue attese a dispetto degli accordi sottoscritti. “La Cia conosce il ritmo del battito cardiaco di Gülen, quanti respiri fa al minuto, quando entra e quando esce dalla sua villa” ha precisato con enfasi Bozdağ, dicendosi sicuro del fatto che le autorità americane conoscano a perfezione la portata schiacciante delle prove a carico del religioso e della Feto (la rete che avrebbe costruito uno “Stato parallelo” in Turchia).

Ankara, ha poi aggiunto il ministro, ha già inviato quattro fascicoli oltreoceano per chiedere l’immediato arresto di Gülen. Fascicoli, però, che conterrebbero elementi su presunte attività criminali precedenti al putsch.

Le aperture degli Usa e il dribbling di Biden

Funzionari del Dipartimento di Stato e alti papaveri del Dipartimento di Giustizia si sono così mossi per ricomporre la frattura, invitando gli interlocutori a più miti consigli. Washington invierà una delegazione nella penisola anatolica per una consultazione con gli alleati su quanto avvenuto e per valutare, al contempo, la solidità dell’impianto accusatorio.

Joe Biden, che ha in agenda una visita in Turchia, si è tenuto a debita distanza dalla stampa americana per evitare di gettare benzina sul fuoco. Il vice-presidente ha fatto sapere soltanto di aver intrattenuto colloqui telefonici con Nikos Anastasiadis e Mustafa Akıncı, rispettivamente presidente della repubblica cipriota e leader della locale comunità turca. L’idea di un’isola riunificata, nel rispetto delle espressioni culturali e religiose presenti sul territorio, è fortemente sponsorizzata dallo Studio Ovale, ove prevale il desiderio di mandare in soffitta lo storico attrito fra Atene e Ankara, entrambi partner della Nato.


Concentrandosi solo su questo aspetto, l’entourage di Obama spera di ridurre il tasso di tensione politica creata dal governo dell’Akp attorno alla cattura di Gülen: quella vicenda, per Washington, andrà valutata sotto il profilo tecnico dai rispettivi ministeri.

Non sono chiare le intenzioni dell’Amministrazione americana, ma uomini vicini al predicatore religioso iniziano a temere una capitolazione statunitense al braccio di ferro imposto da Erdogan. E oltreoceano c’è già chi protesta.