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L’eurocrociato. Renzi contro Bruxelles: la pericolosa sfida ingaggiata da Palazzo Chigi

Matteo Renzi e Jean Claude Juncker

Matteo Renzi e Jean Claude Juncker

Il primo ministro è stato protagonista di una settimana turbolenta: i rapporti con le istituzioni comunitarie sono diventati glaciali. Le richieste continue di flessibilità finanziaria non convincono i partner del Vecchio Continente e le menzogne sul salvataggio delle banche non agevolano la credibilità del premier presso le cancellerie europee. Dall’Ilva alla spesa pubblica passando per i migranti: la portata reale della sfida di Renzi

A Palazzo Chigi è stata senza dubbio la settimana della polemica con Bruxelles. Dopo aver incrociato le lame con Mattarella, per nulla persuaso dall’opzione della stepchild adoption all’interno della legge che disciplinerà le unioni civili, il premier ha iniziato la sua personale crociata contro “gli euroburocrati“. E’ una definizione simpatica. Utilizzando strumentalmente la polemica con la Commissione, Renzi ha sottratto terreno alle forze d’opposizione, da tempo abituate a presidiare l’area euroscettica. Le ragioni del contrasto, però, non vertono stavolta sui vincoli alla produzione delle meringhe o al trasporto delle banane, secondo la vulgata leghista, bensì su cinque punti fondamentali.

Il primo nodo irrisolto è quello del bilancio: l’Italia batte cassa di fronte ai partner del Vecchio Continente e chiede maggiore flessibilità sulla scorta delle timide riforme già varate. Un trattamento analogo a quello ricevuto l’anno scorso, che però veniva considerato dagli interlocutori come misura straordinaria, non già prassi da consolidare nel tempo.

A Bruxelles, inoltre, contestano le decisioni prese dall’Esecutivo sull’Ilva, laddove il prestito-ponte concesso dal Consiglio dei Ministri potrebbe essere bocciato quale aiuto di Stato. Un aiuto reiterato nel tempo, se è vero che tra i fondi per l’emergenza ambientale e le misure varate nella legge di Stabilità, l’azienda sta beneficiando di un atteggiamento estremamente indulgente. L’invito del Governo rivolto ai potenziali acquirenti affinché essi si facciano avanti con senso di responsabilità non ha migliorato di molto la situazione: “come fa l’Esecutivo a vendere o affittare un bene di terzi?” si è chiesto giustamente Alberto Brambilla sul Foglio.

Questa confusione ha reso Juncker guardingo. Sulle banche la posizione di chiusura di Padoan, secondo cui non esiste alcuno scandalo che possa mettere in discussione la stabilità del sistema, poco convince il Governo comunitario, accusato a mezzo stampa di aver pilotato le autorità nazionali contro gli obbligazionisti subordinati: un’accusa destituita di fondamento, poiché non suffragata da alcun documento pubblico fornito dal Governo o Bankitalia. E’ l’approssimazione la cifra del confronto.

Paolo Gentiloni e Federica Mogherini

Paolo Gentiloni e Federica Mogherini

Le ultime occasioni di contrasto concernono la politica estera della Farnesina: dai tempi di Berlusconi la posizione dello Stivale nei confronti di Mosca è assai ambivalente e Renzi, in tal senso, non ha offerto garanzie agli alleati, polemizzando semmai con la Germania per aver esercitato la propria influenza nell’ambito delle sanzioni deliberate finora. Anche la cooperazione con la Turchia sui profughi poco convince i ventisette interlocutori dell’Ecofin: quei tre miliardi stanziati per bloccare i flussi sembrano un fondo perduto che difficilmente potrà essere catalogato fra gli investimenti riusciti.

Proprio sul tema dell’accoglienza condivisa, tuttavia,  il capo del Governo ha collezionato un risultato positivo: la redistribuzione dei richiedenti asilo sarà immediatamente attuata a livello comunitario, evitando che il migrante resti almeno sei mesi nel paese in cui è arrivato. La decisione, però, non è stata salutata positivamente dall’Europarlamento, laddove dal Ppe sono volate parole grosse: Manfred Weber ha detto che Renzi “sta mettendo a repentaglio la credibilità dell’Europa a vantaggio del populismo” suscitando le ire funeste della deputazione del Pd.

Renzi, a quel punto, stufo delle tiritere, ha reagito male, sostituendo l’ambasciatore Stefano Sannino con Carlo Calenda, già vice ministro dello Sviluppo e fedelissimo del Giglio Magico. Una nomina politica nel senso letterale del termine, che innesca una sorta di spoil system all’italiana fra gli scranni dell’alta diplomazia. Un modo, fra l’altro, di prendere le distanze da Federica Mogherini, evidentemente non ritenuta all’altezza delle vesti di ambasciatrice dell’Italia renziana nel mondo.

Il vero problema, però, che separa il primo ministro da Juncker è la spesa pubblica del Belpaese.

«Il dato di fatto» ha scritto Oscar Giannino «è che la crescita stimata al 2016 dell’Italia – in un ranking comparato aggiornato da Bloomberg all’inizio di questa settimana – resta al’85° posto su 95 paesi. La ripresa dell’occupazione resta lenta, ed è addirittura scesa nella coorte giovanile tra i 15 e i 24 anni. Si risale al 2,2 e anzi al 2,4% di deficit dall’1,6% concordato, abbandonando del tutto la spending review annunciata a inizio-governo, e varando invece – parole di Renzi nella conferenza stampa di fine anno – una “spending lorda” con cui palazzo Chigi rivendica di poter spostare da una voce all’altra la spesa più necessaria, senza ridurla ma a saldi finali peggiorati. In più, il governo ha fatto scrivere per tre mesi alla stampa italiana che lo sforamento era già concordato con Bruxelles. Mentre non era e non è così».

Tanto basta per dire che non è finita qui. E il premier che fa? Prende carta e penna per scrivere alla direzione del Guardian. Una lettera in cui l’ex sindaco di Firenze, rivendicando i propri successi amministrativi, alza il tiro della sfida. L’Europa, secondo Palazzo Chigi, deve ritrovare se stessa, ma l’Italia stavolta non farà passi indietro:

Per anni l’Europa ha avuto la tendenza a prestare poca attenzione verso l’Italia a causa dell’atteggiamento di coloro che governavano il paese. Ma ora la musica è cambiata. La nuova generazione alla guida di questa antica nazione crede in un’Europa non come somma degli egoismi nazionali, ma come spazio di libertà, cultura e benessere. Questo è esattamente il motivo per cui abbiamo bisogno di cambiare immediatamente passo“.

Quasi che gli Andreotti, gli Spadolini, i Ciampi e i La Malfa abbiano mai perorato l’idea stato-centrica della comunità, cultori com’erano della politica del “vincolo esterno”.

Renzi tira dritto, non ha bisogno di addentrarsi in simili riflessioni storiche, e offre alla compiacente platea britannica una litania critica. Quella stessa platea chiamata a pronunziarsi sull’uscita o meno del Regno Unito dalla Comunità. Scelta casuale?

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