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Erdogan mette a nudo le debolezze di Bruxelles. L’ascesa di Trump può relegare l’Unione Europea a comparsa sul palcoscenico internazionale

Trattare la Turchia come fosse un sultanato dei poveri non è assennato. L’Unione Europea tiene una condotta schizofrenica nei confronti di Ankara, facendo trascorrere le mattinate a suon di strappi e ricucendo i rapporti diplomatici dopo il calar del sole. La ragione è presto detta: Erdogan, disinnescata la minaccia del colpo di stato, ha messo qualunque oppositore alla sbarra, ha ventilato la reintroduzione della pena capitale, ha adottato un atteggiamento indisponente di fronte agli osservatori internazionali. Al netto di ciò, la Turchia resta un paese strategico per contenere il flusso migratorio dei profughi siriani, smaniosi di andare a Berlino dove siede Angela Merkel, l’azionista di maggioranza dell’Ue.

Il problema è dunque politico: deve prevalere l’idealismo comunitario, con l’annessa battaglia per lo Stato di diritto, o l’interesse dell’Unione in un’ottica di asettica realpolitik?

L’uomo forte al comando

Ad Ankara, per la prima volta da molti anni a questa parte, nessuno avverte l’angosciosa necessità di compiacere l’opinione pubblica europea. Il golpe di luglio, sventato con maestria, ha creato un clima di emergenza nazionale che ha consentito all’Esecutivo di disporre arbitrariamente dei poteri speciali, portando il paese in uno Stato d’eccezione perpetuo. Nel guazzabuglio di arresti e processi farseschi, l’Akp – il movimento che rivendica tuttora la maggioranza relativa – ha retto a livello sociale. Attorno a esso è infatti gravitata una serie di soggetti con percorsi e obiettivi differenti. Il presidente Erdogan è sostenuto:

  • dai moderati islamici, affascinati dal suo piglio carismatico e sedotti dalle infrastrutture realizzate nell’ultimo decennio;
  • dai nostalgici ottomani, persuasi dalla sua retorica revanscista e dalla posizione occupata dal paese sul palcoscenico internazionale;
  • dai conservatori sunniti, pronti ad abbracciare l’Arabia Saudita in chiave anti-iraniana;
  • da una fascia eterogenea di elettori, il cosiddetto “voto d’opinione”, che ha beneficiato di tasse più basse e prestazioni migliori nei servizi sociali;
  • dagli integralisti islamici, determinati a sfruttare il nuovo corso per poi imporre al paese la sharia.

Erdogan non è mai stato così forte e probabilmente nessuno ha mai goduto, dai tempi di Ataturk, di un consenso tanto solido e trasversale.

L’alleanza di cristallo

L’Europa, da par suo, vive una fase estremamente delicata. L’avanzata delle forze populiste negli Stati membri e la riottosità della Germania e dei paesi del nord ad adottare politiche espansive per superare gli effetti della crisi hanno determinato una situazione di stallo pericolosa.


Le promesse di Marine Le Pen, di Nigel Farage, di Geert Wilders e di Frauke Petry suonano come le campane a morto e rivelano quanto la crisi identitaria, avvertita nel sentire comune, abbia attecchito ai massimi livelli istituzionali. Nel 2005 Francia e Olanda bocciarono il progetto costituzionale redatto dalla Convenzione presieduta da Valery Giscard d’Estaing: da allora non è arrivato un guizzo o un sussulto per guardare al futuro con maggiore serenità, se si eccettuano le decisioni promosse dalla Bce per fare respirare l’Eurozona.

Quando Erdogan sfida il Vecchio Continente, promuovendo consultazioni sui negoziati di adesione, tira di boxe contro un pungiball abituato a rimbalzare prima di tornare immobile. C’è un altro fattore, a margine, che va tenuto in considerazione: è l’elemento atlantico dopo il trionfo elettorale di Donald Trump.

Il fattore biondo

Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha promosso la ricetta dell’America First, riconoscendo ai pivot regionali e alle grandi potenze globali (Russia e Cina) il ruolo d’interlocutori privilegiati. Trump ha messo in discussione l’Alleanza Atlantica, i cui costi gravano quasi interamente sul contribuente americano. È un’obiezione meramente economica: ciascuno deve versare il giusto tributo per una protezione efficace.


Ora, la Turchia è parte viva e attiva della Nato, mentre gli Stati membri dell’Unione hanno sempre presentato il conto a Washington, offrendo – in cambio – un supporto critico alle politiche internazionali dello Studio Ovale (do you remember Schröder and Chirac?). È lecito pensare che Trump possa bypassare una Comunità tanto pomposa quanto fragile, relegandola al ruolo di comparsa da consultare solo in caso di crisi imminenti. Le scempiaggini dette da Jean-Claude Juncker non aiutano a istituire quel clima collaborativo che per l’Europa è vitale. L’Unione non solo non dispone di un esercito proprio, ma non ha neanche una voce sola sui grandi temi di politica estera. L’unica sua forza, allo stato attuale, è il mercato: un patrimonio di consumatori che fa gola a tutti.

Uscire dal guado

Per questo insieme di ragioni, prima di accettare il braccio di ferro con Ankara, Bruxelles dovrebbe riflettere su quale strada percorrere. La Brexit ha relativamente indebolito le prospettive politiche del Vecchio Continente, ma l’offensiva dei movimenti qualunquisti – condotta a livello statuale, laddove ancora si giocano le grandi partite – porta l’intera regione in una situazione di precarietà. O si comprendono quali sono le coordinate del nuovo ordine o, come ha scritto Mario Sechi, si torna a Jalta. E se si torna a Jalta, inimicarsi “il Sultano” non sembra essere una decisione particolarmente brillante.

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