in medioriente, Turchia, Usa

Gli Usa hanno avuto la tentazione di scaricare Erdogan, ma alla fine ha prevalso la linea conciliativa col leader dell’AKP. La Turchia, secondo il Dipartimento di Stato, rischiava l’instabilità: un lusso che Washington adesso non può permettersi

Può sembrare surreale, ma se Erdogan è ancora vivo, e può ostentare in queste ore il tono minaccioso di chi – ferito a morte – reagisce ruggendo, forse è anche per merito dell’Isis.

Il colpo di Stato tentato ieri sera dai militari è fallito per almeno due ragioni: 1) il mancato appoggio delle cancellerie internazionali e 2) la ridotta visione strategica di chi ha tentato il putsch. Partiamo da quest’ultimo punto.

A quasi ventiquattr’ore dal golpe, il Governo di Erdogan non ha ancora chiarito chi abbia condotto le operazioni sovversive, quanti fossero i militari rivoltosi coinvolti nel disegno e perché il progetto di destituzione del capo dello Stato sia avvenuto proprio ora. Non sono aspetti marginali. Erdogan si è limitato a puntare l’indice contro Fetullah Gulen, leader religioso un tempo vicino agli ambienti dell’Akp, allontanatosi dai rappresentanti dell’Esecutivo visti come corrotti e potenzialmente pericolosi per il futuro della nazione.

Gulen risiede negli Stati Uniti e, contrariamente a quanto scritto da alcune testate italiane, non “ha trovato l’esilio in America”: se l’è autoimposto, per prendere le distanze dal nuovo corso e perché temeva la campagna repressiva del regime. La sua influenza su alcuni effettivi dell’intelligence e su chi opera nel mondo dell’informazione l’ha portato, nell’immaginario collettivo, ad assumere un ruolo di primo piano fra gli oppositori di Erdogan.

Gulen, però, non è un laico e sebbene abbia una visione liberale della politica turca, è convinto che il paese debba ergersi a potenza leader fra gli Stati musulmani. Una visione che mal si concilia col progetto di natura kemalista rivendicato, almeno in teoria, dall’ala golpista dell’Esercito, garante della laicità.

Erdogan, stamane, ha detto che chi dà ospitalità ai sovversivi è nemico giurato della Repubblica turca: chiaro riferimento al Governo americano che, di contro, ha chiesto prove certe sulla vicinanza di Gulen ai rivoltosi. Erdogan non ha ancora replicato ufficialmente al Dipartimento di Stato, ma è possibile che presenti elementi indiziari ritenuti in sé più che sufficienti: il precedente di Osama Bin Laden in Afghanistan, con l’ultimatum lanciato dagli Usa ai talebani sulla base di documenti dell’intelligence mai condivisi col Governo di Kabul potrà essere strumentalmente evocato da Ankara.

Washington, intanto, ha commentato gli eventi della notte con una battuta di John Kerry. Il segretario di stato americano ha detto che il tentato golpe “non è sembrata un’operazione particolarmente ben organizzata ed eseguita”. Proprio questo giudizio critico sulle modalità del colpo di Stato può aver indotto le potenze internazionali a prendere le difese di Erdogan, nonostante il profilo del personaggio.

Il segretario di Stato dell'Amministrazione Obama, John Kerry

Il segretario di Stato dell’Amministrazione Obama, John Kerry

Le tre ore di attesa prima di assumere una posizione ufficiale sono state notate da ogni cancelleria e hanno lasciato intuire le titubanze dello Studio Ovale, la tentazione di scaricare una volta per tutte il presidente alleato. E torniamo così all’incipit di questo pezzo, perché la lezione irachena potrebbe essere stata determinante.

Nonostante il doppiogiochismo e le mille rimostranze di chi la governa, la Turchia è un’alleata fondamentale nella regione, la cui azione di contrasto al Califfato in Siria è insostituibile. Basti pensare alla base Nato di Incirilik, da dove partono gli aerei a stelle strisce, ieri isolata e lasciata senza corrente. Uno degli errori che Obama ha ripetutamente rimproverato al suo predecessore, George W. Bush, è quello di aver portato gli Stati Uniti nel pantano iracheno, defenestrando Saddam senza aver trovato prima un equilibrio nell’area. Quest’aspetto potrebbe essere valso la fortuna di Erdogan.

Le opposizioni, politicamente divise e culturalmente distanti l’una dall’altra, avevano condannato all’unanimità il putsch, ivi compreso Gulen dalla sua residenza americana; il coprifuoco e la legge marziale non avevano dissuaso i sostenitori dell’Akp dal manifestare la propria vicinanza al capo del Governo democraticamente eletto, apparso intanto sulla Cnn turca; e le scariche di mitra dei militari rivelavano, intanto, la preoccupazione dell’apparato chiamato a fronteggiare e gestire la minaccia. L’instabilità di un simile scenario potrebbe aver spinto Obama a optare per la continuità, nella speranza che un Erdogan impaurito possa scendere adesso a più miti consigli.

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