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Il libro di Merlo, sulla “vita spericolata” del primo Montanelli, è un’opera interessante e suggestiva, viziata da due errori di fondo

Fummo giovani soltanto allora”, l’ultimo sforzo letterario di Salvatore Merlo, edito da Mondadori con una prefazione di Ferruccio De Bortoli, vuol essere una pregevole biografia del primo Montanelli, una ricostruzione sommaria e puntuale, al tempo stesso, della gioventù dell’intellettuale di Fucecchio.

Non è un ossimoro accostare la generalizzazione alla dovizia di dettagli: lo stesso Montanelli raccontava le proprie storie convinto che il lettore non dovesse capire tutto, ma l’essenziale. Una scelta di stile, che lo portava talvolta a sacrificare alcune verità, ma nel complesso gli consentiva di rendere perfettamente il quadro delle situazioni che osservava, instaurando coi lettori un legame unico, confidenziale e diretto, come dimostra la recente produzione saggistica.

A quindici anni dalla morte dell’editorialista del Corriere, infatti, la ricerca sul suo conto non si è mai arrestata: gli aneddoti sulla vita, la ristampa delle opere più importanti, la descrizione del cammino nelle redazioni nazionali, sono tutti elementi che continuano a riscuotere successo nel mercato editoriale. Segno che la profezia di Indro, che potremmo forzatamente riassumere nella formula “scriviamo sull’acqua”, non è valsa nei confronti di una firma immortale che ha portato il giornalismo italiano a fasti verosimilmente sconosciuti prima.

Chi, nell’opera del giornalista del Foglio, cerca aneddoti curiosi non resterà deluso: Merlo porta il lettore nella fascistissima Milano degli anni ’30, lo conduce nei corridoi di via Solferino, nella stanza condivisa da Indro, Dino (Buzzati) e Guido (Piovene), dipingendo con maestria il clima frondista di quella stagione. Dall’Abissinia alla Grecia, da Longanesi e Ojetti, è un viaggio che si articola in diverse tappe e in numerosi incontri, scanditi dalla Storia – quella con la S maiuscola, dettata dagli eventi – e dalla farsa di un regime che assorbì e distrusse le speranze di una generazione.

Nel complesso il libro scorre e appassiona il lettore che con romanticismo immagina la figura longilinea di Montanelli agli albori della sua professione, convinto com’era che il giornalismo non fosse da subito la sua strada ma di certo fosse la sua metà. Merlo usa la penna come un sarto d’eccellenza e cuce un racconto di certo impatto emotivo. Pecca, però, nella ricostruzione delle sue storie: perché si fida pedissequamente delle parole di Indro, noto bugiardo seriale, e perché mette in fila i racconti uno dopo l’altro, concedendosi numerose licenze artistiche e attribuendo al soggetto dell’opera sentimenti e opinioni che questi non espresse mai, ma che potenzialmente avrebbe potuto nutrire nei momenti chiave della sua vita. Dietro una sequela di “chissà se”, Merlo spoglia Montanelli dei suoi abiti e li riveste immedesimandosi in lui, lasciando al lettore più suggestioni che informazioni.

In generale quanti vedono in Montanelli un maestro scomparso saranno affascinati e attratti da un tomo in cui si legge in controluce l’esaltante avventura nella stampa del futuro fondatore del Giornale Nuovo, la sua affermazione su scala nazionale. Quanti, invece, vogliono conoscere la vita dell’uomo, dovrebbero preferire tomi che hanno rispettato un approccio di maggiore rigore scientifico: quelli di Gerbi e Liucci, Lo Stregone e L’anarchico borghese, su tutti.

Voto: ★★★☆☆

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