in europa, occidente, società, Usa


Marine Le Pen vuole l’Eliseo mentre il miliardario del Gop mette la freccia sugli altri candidati e punta lo Studio Ovale. Per la stampa italiana sono fenomeni che vanno letti in controluce come parte di un male comune, una pianta infetta che minaccia i valori dell’Occidente liberale. Ma è davvero così? Ci sono punti di contatto fra gli “impresentabili” di Parigi e Washington?

Donald Trump e Marine Le Pen sono stati spesso presentati, dalla stampa nazionale, come due volti della stessa medaglia, il prodotto storico di una ricetta politica transnazionale che attraversa i confini additando l’estraneo, il diverso, per dare peso e sostanza a un progetto altrimenti vuoto. In una simile “Internazionale nera” vengono aggregati i movimenti xenofobi e anti-sistemici di altre realtà, dalla Lega Nord ad Alba Dorata, passando per l’Ukip e l’Afd tedesco. E’ un’analisi vera solo in parte.

Non c’è dubbio, infatti, che nell’attuale contesto internazionale una certa propensione all’analisi demagogica e populistica, alle risposte semplici e idiote a domande articolate e complesse, sia diventata spesso la cifra di fondo del dibattito culturale. In una società globalizzata come la nostra, i fenomeni tendono sempre ad assomigliarsi o ad essere emulati, in una sorta di contaminazione strisciante e perenne che annulla le diversità. Tuttavia è impossibile non notare come il cammino compiuto dal Fronte Nazionale francese sia a tratti speculare rispetto a quello imposto oltreoceano dal miliardario americano.

Mentre Marine Le Pen ha avviato un’istituzionalizzazione dell’estrema destra, mandando in soffitta o al macero gli elementi antisemiti e concentrandosi sulla proiezione di una forza ultranazionalista di carattere moderno, Trump ha evocato antiche paure per radicalizzare le anime del Gop, trasformando le primarie repubblicane in una corsa all’insulto sistematico, alle offese gratuite, agli anatemi come strategia d’assalto. Non a caso negli Stati Uniti i quotidiani stanno analizzando la deriva violenta che ha caratterizzato le ultime settimane della campagna elettorale, evidenziando come le esternazioni di “Donald” inizino ad assumere tratti a dir poco inquietanti.

Se Le Pen, sul versante europeo, pretende maggiore considerazione per le recriminazioni delle classi sociali più deboli – offrendo risposte primitive a paure assolutamente legittime su cui incalza gli avversari – Trump, sulla sponda americana, compie il percorso inverso, pretendendo semplicemente d’incardinare la violenza retorica nell’ambito del politicamente lecito. “Se vedete qualcuno che vuole tirarmi un pomodoro, pestatelo a sangue” ha detto ai militanti, garantendo il proprio sostegno finanziario in caso di controversie legali. Picchiare un provocatore sarebbe una mossa “appropriata” secondo l’immobiliarista in ascesa. Parole che dovrebbero far rabbrividire gli osservatori internazionali e che invece vengono accolte dalla platea conservatrice con malcelata noncuranza.

Perché? La ragione va ricercata nell’ascesa dei Tea Party, nell’originaria santificazione di un’incompetente come Sarah Palin, già protagonista di un ingresso esaltante nella campagna elettorale di McCain, poi tradita da uno spirito di rivalsa ai confini con l’odio viscerale verso l’elettorato democratico tout-court. Barack Obama, che da queste parti non ha mai riscosso grande successo al netto di due mandati non proprio esaltanti, in un simile frangente ha offerto una chiave di lettura lineare per interpretare l’imbarbarimento della scena pubblica. La responsabilità, secondo il presidente americano, è ascrivibile all’establishment del Gop, reo di aver tollerato con sorrisi sornioni le intimidazioni e le calunnie di una parte della propria base.

Accettando il registro di Trump e dei suoi antesignani, l’opposizione ha indirettamente legittimato questo bullismo mediatico nel discorso istituzionale, piegandosi a un linguaggio da taverna di quart’ordine. Tutta la manfrina sulle origini keniote dell’attuale inquilino della Casa Bianca rivelava, in potenza, quanto registrato nelle ultime ore.

Se ieri hai accettato l’idea per cui chi la pensa in maniera diversa da te non è un interlocutore ma un infame che sta distruggendo il paese, non potrai lamentarti domani quando chi rutterà più forte otterrà l’applauso più lungo. Questo Obama non l’ha detto esplicitamente, però probabilmente lo pensa.

Per chi fosse interessato agli aggiornamenti del blog,
è possibile iscriversi alla newsletter inserendo la propria mail QUI.