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Il processo di Kafka ai giorni nostri. Quando Renzi attaccava l’Iran…

bersani e renziNel corso dello Speciale TG1 per le primarie del 2012, intervenendo sulla politica estera del Governo Monti, l’attuale premier, Matteo Renzi, ebbe modo di riflettere sullo scacchiere mediorientale, sfatando alcuni luoghi comuni. Nel confronto fra palestinesi ed israeliani, specificò l’allora sindaco di Firenze, per comprendere le dinamiche del conflitto in atto bisognava volgere lo sguardo a Teheran, laddove un regime teocratico minacciava la sicurezza regionale. Ne è passata di acqua sotto i ponti: Renzi non è più lo sprovveduto attore che intendeva destabilizzare il Pd; è, semmai, un politico rodato che – facendo leva sul processo di rottamazione – ha acquisito visibilità e potere, sino a diventare presidente di turno dell’Unione Europea.

Eppure il semestre italiano non sta producendo risultati tangibili, a meno che non si consideri la nomina di Mogherini a ministro degli Esteri comunitario una priorità strategica per il paese. Proprio sul fronte iraniano l’inconsistenza politica del Vecchio Continente è allarmante. Mentre scrivo questa nota, un giornalista del Washington Post,  Jason Rezaian, si trova in stato d’arresto nella terra che fu di Khomeini. Costretto in carcere per quattro mesi, il collaboratore della testata americana non conosce i capi d’accusa, non ha accesso al suo fascicolo e non può confrontarsi vis-à-vis col suo avvocato. Sono le ambasciate a muoversi in un simile ginepraio, laddove il diritto è palesemente calpestato.

jason rezaianRezaian viene interrogato in farsi o in arabo, sulla base di incartamenti trascritti nelle medesime lingue, senza che gli sia concessa la benché minima possibilità di confrontarsi con un traduttore. Perfino gli elementi d’accusa sono avvolti nel mistero: fonti governative riferiscono sia sospettato di essere una spia (as usual), ma i media locali danno credibilità alla tesi che lo vedrebbe imputato per aver provato a girare un video amatoriale nel centro della capitale, un video basato sul tormentone musicale Happy di Pharrel Williams.

A questo siamo. E se il Premio Nobel Barack Obama (s)ragiona ormai come un’anatra zoppa, l’Europa dei diritti e di Beccaria volge lo sguardo all’Erasmus quale unica via alla crescita. Dei problemi concreti, dei Rezaian e dei marò, non sappiamo che farcene.

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