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Dai penitenziari escono i delinquenti comuni. Al loro posto giudici, professori, militari, giornalisti e mandarini accusati di aver svolto un ruolo durante il putsch militare ai danni di Erdogan

L’ondata di arresti eseguiti in Turchia all’indomani del 15 luglio ha creato un problema al governo dell’Akp: dove piazzare i presunti militanti della rete di Gülen in attesa di giudizio? Le carceri di Ankara e Istanbul non sono certo rinomate per la magnificenza delle celle e l’arrivo, dall’oggi al domani, di migliaia di detenuti politici – circa sedicimila secondo le stime ufficiali – sembrava destinato a creare notevoli difficoltà. Come se non bastasse, la violenza non è ancora cessata: quattro attacchi terroristici registrati sul territorio nazionale hanno ucciso quattordici agenti, tre civili e provocato almeno 219 feriti.

Liberi tutti: l’indulto in Turchia

Per superare il problema il ministro della Giustizia, Bekir Bozdag, ha annunciato uno sconto di pena per trentottomila detenuti destinati a tornare in libertà, consegnando il testimone della prigionia agli uomini accusati di aver messo a repentaglio la democrazia in combutta con una frangia deviata dell’Esercito.

Lo stesso ministro ha però specificato che i delinquenti in uscita non vedranno amnistiati i propri reati. Dal provvedimento di clemenza saranno esclusi assassini e terroristi: come a dire indulgenti sì, ma con giudizio.


Chi beneficerà allora dell’ingresso nelle carceri dei presunti affiliati alla Feto, lo “Stato parallelo” al servizio del predicatore residente in Pennsylvania? Semplice: i condannati che nel giro di ventiquattro mesi avrebbero comunque abbandonato le celle a rigor di legge e quanti, avendo già scontato metà della pena, potranno adesso usufruire di una corsia preferenziale per l’accesso al regime di libertà vigilata.

Il passo indietro della Germania: Ankara fondamentale contro l’Isis

Il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha frattanto esortato il Governo tedesco a chiarire le indiscrezioni circolate nelle ultime ore. Una nota riservata, redatta dal dicastero degli Interni di Berlino a seguito di un’interrogazione sull’affidabilità di Ankara, aveva innescato un polverone diplomatico poiché in essa il paese era dipinto come una piattaforma strategica per gli jihadisti del vicino e del medio-oriente, divenuta tale per l’atteggiamento compiacente tenuto dall’Akp con gli islamisti radicali.

Pronta è arrivata la replica del portavoce dell’Esecutivo tedesco, Steffen Seibert. “La Turchia è e resta un partner importante nella lotta al terrorismoha precisato il funzionario spiegando come l’atteggiamento di Ankara non sia mai stato giudicato ambivalente rispetto alla minaccia dell’Isis.

Ambienti vicini alla leadership della Cdu hanno poi rilevato come i media, in particolare il servizio pubblico dell’Adr, abbiano montato il caso cavalcando le recenti frizioni. Il sostegno di Erdogan ai Fratelli Musulmani e la vicinanza ad Hamas possono costituire scelte politicamente controverse, ma questo esula dalle valutazioni sull’impegno profuso dall’amministrazione turca contro gli uomini del Califfato.

Mosca si allontana?

Sempre sul versante dei rapporti internazionali, il ministero degli Esteri ha confermato l’intenzione manifestata da Çavuşoğlu d’incontrare quanto prima il collega russo, Sergej Viktorovič Lavrov, per confermare la politica di buon vicinato e rinsaldare ulteriormente i legami fra i due paesi.


Sulle colonne dell’American Interest, però, Henri J. Barkey – direttore del Programma Medio Oriente presso il Centro Woodrow Wilson – ha messo in dubbio la solidità dell’intesa. A giudizio dell’analista, i rapporti intessuti da Erdogan coi partner del blocco atlantico sarebbero vitali per la crescita economica della penisola anatolica, senza contare che l’ombra di Putin potrebbe estendersi minacciosamente sulle sorti del leader dell’Akp qualora il confronto sull’egemonia regionale degenerasse per cause esogene (ad esempio il supporto russo all’Iran, al netto di una schiarita registrata fra Ankara e Teheran, o quello turco ai ceceni).

I rapporti fra le imprese statunitensi e quelle anatoliche, la cooperazione fra le Ong, gli scambi accademici e del know how nell’innovazione renderebbero l’offerta di Washinton più allettante rispetto al semplice import delle derrate alimentari autorizzato dal Cremlino. La dipendenza dai mercati occidentali – Germania, Regno Unito, Italia, Spagna e Usa nell’ordine – fa il resto.

Per questo insieme di ragioni, sottolinea Barkey, la Casa Bianca “può non essere l’alleato perfetto”, ma la sua distanza geografica e il tono conciliante a dispetto delle tensioni degli ultimi mesi costituiscono ancora garanzie credibili per le aspirazioni regionali di Erdogan.