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Il primo ministro ha due problemi: deve gestire l’addio del Regno Unito all’Unione e deve recuperare smalto di fronte ai suoi elettori. O uno sbadiglio la seppellirà

Il partito laburista è spaccato in due. La classe dirigente della sinistra britannica vorrebbe destituire Jeremy Corbyn, dargli il benservito senza troppi complimenti. Una mossa obbligata a giudizio dei parlamentari del Labour, convinti che l’approccio muscolare adottato dall’attuale segreteria non paghi in sede elettorale. D’altra parte, però, la base ha premiato ancora una volta la suggestione di una sinistra radicale capace di allontanarsi dall’atlantismo, di rigettare in blocco le politiche liberiste. Corbyn resta così il comandante in capo, osannato dagli iscritti e amato dai militanti, alla guida di uno scalcinato esercito che in sede istituzionale dubita puntualmente della sua strategia.

Te lo ricordi Farage?


Non va meglio all’Ukip. Il trionfo del “leave” al referendum di giugno ha scombussolato l’equilibrio politico del Regno Unito ma ha portato, in breve tempo, a una crisi d’identità del movimento populista. Nigel Farage ha abbandonato la cabina di regia e la sua erede, Diane James, ha tenuto le redini del partito per appena diciotto giorni. In molti, a Westminster, sostengono che l’Ukip abbia esaurito la sua funzione, la sua carica propulsiva, ottenendo con l’addio all’Europa un credito impossibile da riscuotere. La storiella dell’uomo probo che vince alla lotteria ma perde il biglietto è tornata all’ordine del giorno, con buona pace delle aspirazioni di un elettorato sedotto e abbandonato sugli altari di un’altalenante sterlina.

Un nuovo conservatorismo

E i Tory? Dopo l’addio di David Cameron il partito ha radicalmente cambiato la propria proposta politica, offrendo nuove ricette all’elettorato d’oltremanica. Il conservatorismo sociale del primo ministro Theresa May si basa su una valorizzazione della working class, su una maggiore presenza dello Stato in economia quale soggetto chiamato a correggere le disuguaglianze prodotte dal mercato. È una strategia dirigista assai distante dall’ortodossia neolib della Thatcher. L’intento è chiaro: recuperare quei voti in libera uscita che, in un frangente storico assai complesso, sono stati incassati da forze qualunquiste e che un domani, chissà, potrebbero tornare utili ai socialisti duri e puri.

Le due sfide pericolose per il primo ministro

May ha un compito difficile sul piano istituzionale: deve ottenere dalla Comunità europea la facoltà di restare ancorata al mercato comune, pur chiudendo le frontiere ai lavoratori dell’Unione. Un obiettivo proibitivo trattati alla mano, viepiù dopo la presa di posizione tedesca, col Cancelliere Angela Merkel che ha escluso qualsiasi trattamento di favore a determinate condizioni.


C’è un altro pericolo, però, che minaccia la stabilità del nuovo corso: è il cullarsi sugli allori, l’idea che la fragilità di un’opposizione impalpabile consenta all’Esecutivo di muoversi con estrema calma in ogni campo, vagliando giorno per giorno, ora dopo ora, quali provvedimenti adottare per non perdere consenso.

Questo tic si è già notato durante l’ultima manifestazione del partito, laddove le idee alla base della nuova fase sono state elencate sul piano dei principi, senza guizzi di sorta o anticipazioni sul programma di Downing Street.

L’improvvisazione dei Tory

Il ministro dell’Interno Amber Rudd, la sola a scombussolare il ritmo di una kermesse tediosa all’inverosimile, ha rilanciato l’impegno dell’Esecutivo a favore dei lavoratori britannici invocando, con una soluzione sui generis, liste di proscrizione per i lavoratori stranieri presenti nel tessuto economico del Regno. Un’idea bizzarra che ha immediatamente provocato le critiche della classe imprenditoriale, da sempre lo zoccolo duro dei Tory.


Questo tasso d’improvvisazione dimostra una scarsa conoscenza del paese reale. Come hanno notato i media conservatori, ancora avari di critiche severe, l’opinione pubblica ha manifestato la propria preoccupazione per la presenza di migranti sulla base di due ragioni specifiche:

  1. le difficoltà nello sbarcare il lunario da parte della classe media;
  2. la paura di una mancata integrazione degli ultimi arrivati.

A fronte di ciò bisognerebbe intervenire sulla crescita economica del paese, specie ora che l’opposizione naviga a vista, stabilendo al contempo delle nuove direttrici per la politica d’accoglienza. Rivendicare un approccio punitivo e indiscriminato non sembra, pertanto, una mossa lungimirante. Sulle policies dell’Esecutivo vige il massimo riserbo e se il “fighettismo” di David Cameron era vituperato da buona parte del partito, l’aura da eminenza grigia – il profilo da donna buona per tutte le stagioni – non sta certo aiutando la popolarità del primo ministro, al netto di scelte opache perennemente concepite in termini vaghi.

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