in europa, occidente

Sarà un ciclone o vento di scirocco: certo è che l’opinione pubblica inglese non bada molto agli effetti della Brexit. Intanto Le Pen sfida l’Europa dalla pagine del NYT: “un carcere” che soltanto Merkel può rilanciare

I giornali d’Oltremanica trattano poco il tema della Brexit. Può sembrare surreale, ma tabloid e quotidiani – di là da alcuni obbligati articoli di riflessione – non manifestano particolare preoccupazione per le sorti del Regno Unito. Le prime pagine di ieri sono in tal senso emblematiche. Nonostante le decisioni prese dalle agenzie di rating, nonostante i mercati ballerini, nonostante la fragilità della sterlina, prevale l’istinto della curiosità, l’idea che l’uscita dal Moloch comunitario possa portare presto o tardi a un fantastico regno di Bengodi. C’è provincialismo nei toni usati dalla stampa anglosassone e non è il caso di replicare, ancora una volta, l’inflazionata massima sulla nebbia che è calata fra Londra e il Vecchio Continente. L’impressione è che si voglia ridimensionare il peso della votazione di giovedì scorso, quasi si fosse trattato di un espediente per il cambio della guardia nelle posizioni di potere. Su Corbyn e Cameron, infatti, analisi e retroscena si sprecano. Scelte editoriali piuttosto discutibili.

Intanto l’Europa riflette su come ripartire: c’è un programma, articolato per punti ancorché sommario, che induce ottimismo; ci sono, soprattutto, le pungenti critiche all’atteggiamento notarile tenuto da Angela Merkel. Alla Cancelliera tedesca, erede di una tradizione politica – quella di Kohl – che ha fatto dell’ancoraggio europeo il cuore del proprio messaggio popolare, Der Spiegel rimprovera stamane una sostanziale incapacità di reazione, di riposizionamento, di dare una prospettiva d’ampio respiro dopo la bufera. Vieppiù considerando un dato: non soltanto i populisti d’ogni area hanno gonfiato il petto sulla base della prova muscolare fornita da Johnson e da Farage, ma alcuni addirittura hanno minacciato frontalmente gli equilibri della “casa comune”.

Lo ha fatto Salvini, in Italia, con i consueti toni pacati della Lega; lo ha fatto Donald Trump, dagli Usa, esortando gli Stati alleati a spezzare le catene che li vincolano a una solidarietà pelosa e di facciata; lo ha fatto soprattutto Marine Le Pen, in Francia, cavalcando l’onda.

Quest’ultima, stamane, sulle colonne del New York Times ha dipinto l’Ue come “un carcere di popoli“, una struttura detentiva dove nessuno può scegliere il proprio bilancio o rivendicare la sovranità dei propri confini. E pazienza se i vincoli alla spesa sono posti sulla base dell’effettiva disponibilità che uno Stato può vantare in una regolare economia di mercato; pazienza se i limiti alle dogane hanno concesso a tutti, nessuno escluso, di vivere senza frontiere, quindi di fare affari in giro per l’Europa senza ingerenze del pubblico. Tutto è sacrificabile se l’ombra di un barcone minaccia la nostra sicurezza.

Per un curioso gioco del destino, poi, gli stessi che attaccano con la litania del vade-retro-musulmano si battevano, fino a pochi anni fa, per l’Algeria francese. Stesse facce, stessi cognomi. Dal colonialismo alla crociata.

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