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La versione di Orban, Renzi e la crescita del Pil

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Aria fresca. L’Ocse non frena l’ottimismo. Se l’Organizzazione invita alla prudenza l’Esecutivo italiano per ciò che concerne le stime di crescita, coadiuvata in questo dalle previsioni della Bce, sul piano interno Confindustria fa gongolare il premier, dando manforte alle stime di Padoan. La crescita del Pil è stata rivista verso l’alto: +1% per l’anno corrente e +1,5% per il 2016. Renzi ringrazia e loda, sia pur implicitamente, gli industriali. Dalla sua pagina Facebook il premier fa il punto sui dati delle esportazioni: “Non ci sono solo i dati interni a spingerci alla fiducia: occupazione, produzione industriale, turismo, pil, consumi. C’è anche il dato dell’export. A Luglio – nota il capo del Governo – abbiamo fatto più 6,3%, la media da inizio anno è superiore al 5%, molto più alta delle previsioni. In alcuni paesi tra cui gli Stati Uniti facciamo un balzo quasi doppio della media eurozona: segno evidente che non è solo una questione legata all’Euro, ma c’è fame di Italia nel mondo. Avanti tutta, senza fermarsi: questa è davvero la volta buona. L’Italia si è rimessa in moto“. Uno scambio di baci e di petali di rose. Capitalismo relazionale: ancora tu, non mi sorprende lo sai…

Amato in cattedra. Il futuro del Governo Renzi passa dalla Sicilia. O almeno dai siciliani. Ho tentato di spiegare il perché qui. Sul Foglio, invece, Giuliano Amato si discosta dai temi all’ordine del giorno in Transatlantico e pone dei problemi importanti alla sinistra riformista italiana, affrontando la minaccia nazista dell’Isis, la questione della necessità di un intervento militare in Siria, i rilievi costituzionali sull’uso della forza, il ruolo integrativo della diplomazia e il virus dei movimenti anti-sistema da Grillo a Corbyn. Da leggere.

Parla Satana. Fermare i migranti è un compito ingrato ed esprimere soddisfazione per il completamento del muro sarebbe fuori luogo: con queste parole Victor Orban si presenta all’opinione pubblica tedesca in un’intervista concessa al Die Welt. Il contestatissimo premier ungherese, dipinto nel Vecchio Continente come un trinariciuto fascistoide, pecca certamente nelle risposte politiche che dà al fenomeno migratorio, ma nelle sue posizioni un fondo di ragionevolezza c’è. Quando, ad esempio, denuncia il business dei trafficanti d’uomini o l’assurda pretesa di aprire incondizionatamente i confini senza intervenire in Siria, quando addita la difficoltà di attrezzare campi che siano dignitosi nel rispetto dei migranti stessi e quando effettua una distinzione fra profughi di guerra e persone che cercano condizioni di vita più agiate, quando insomma mette tante carne al fuoco fatuo della Comunità, anche l’uomo forte di Budapest sembra avere un barlume di assennatezza. Poi, certo, uno vede i lacrimogeni sui richiedenti asilo e pensa all’incapacità delle istituzioni europee di esprimere una posizione unitaria. Allora viene soltanto l’amaro in bocca.

This is your song. Il presidente russo, Vladimir Putin, non ha mai chiamato Elton John: il leader del Cremlino non si è intrattenuto con la star britannica paladina dei diritti omosessuali, né ha promesso – a mezzo telefonico – incontri per il futuro prossimo. La smentita è arrivata prima dal Governo di Mosca e poi da una trasmissione televisiva russa, che ha giocato un tiro mancino alla star musicale del Regno Unito. Grazie all’ausilio di un imitatore, Vladimir Krasnov, John è caduto nel tranello, dandosi arie prima su Instagram e poi sui media occidentali. Cruciani fa scuola.

Ma chi ce l’ha mandato? Gli esponenti del New Labour si sentono più vicini alle politiche economiche del Governo che non a quelle indicate dal proprio leader, Jeremy Corbyn. Stesso discorso vale per le misure sociali e per le linee guida in politica estera: il cammino del Mario Capanna di Chippenham si fa subito tortuoso. Lui, intanto, inizia il proprio mandato leggendo in Aula le lettere dei suoi sostenitori. Coma profondo.

Alleluia. Forse, ripeto forse, i repubblicani hanno capito che se vogliono contendere la Casa Bianca a Hillary Clinton devono togliere di mezzo Donald Trump. Ieri, nel dibattito trasmesso dalla Cnn, Jeb Bush ha finalmente tirato qualche destro sotto la cinta, ma l’aura mediatica del miliardario bizzoso resta, al momento, l’arma in più. Unica nota positiva Carly Fiorina: serafica e puntuale, polemica e poco incline al gioco delle parti, con la sua espressione assorta ha messo in difficoltà tutti i contendenti. Al momento sembra l’unico approccio efficace per mostrare il vero volto di Trump: quello di un pagliaccio in cerca di fama.

17 settembre
1953: per la prima volta, in Lousiana, vengono separati due gemelli siamesi.
1974: il grande vecchio, Ettore Bernabei, lascia Mamma Rai.
1978: Begin e Sadat firmano la prima bozza del trattato di pace fra Israele ed Egitto
1985: Inizia il calvario di Enzo Tortora con la prima condanna a 10 anni di reclusione inferta dal Tribunale di Napoli.

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