in I magnifici sette

I MAGNIFICI SETTE. La Cina liberista e l’America dei dazi

[su_heading size=”16″]Parte oggi una nuova rubrica: “I magnifici sette”. Ogni sabato analizzeremo un argomento apparso sull’agenda della settimana attraverso la lettura incrociata di sette pezzi d’attualità. Sperando di rendere ai lettori un servizio di qualità, non resta che augurarvi una buona lettura[/su_heading]


La settimana che si è appena conclusa non è stata soltanto la settimana dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Prima dell’ingresso nello Studio Ovale del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti si è tenuto, a Davos, il World Economic Forum.

Nel cuore del Canton Grigioni, una ridente località elvetica, gli analisti economici e finanziari hanno applaudito la nuova star del liberismo mondiale: Xi Jinping. Non è un caso di omonimia. Il segretario generale del Partito Comunista Cinese, presidente della Repubblica popolare, è stato festeggiato come la star dell’evento. Surreale.

Alex Barbera, sulla Stampa di Torino, ha tracciato un affresco pittoresco del vertice: [su_quote]Nell’angolo più cementificato delle Alpi svizzere arriva il nuovo alfiere della globalizzazione, il presidente cinese Xi Jinping. Il messaggio del leader all’Europa è chiaro: se volete il mercato, il mercato siamo noi. L’avreste mai detto? La Cina dei diritti negati, delle censure a internet e delle restrizioni ai movimenti di capitale si propone al mondo come argine all’isolazionismo americano.[/su_quote]

Ma chi lo ha voluto questo maledetto isolazionismo? Facciamo un passo indietro e torniamo dalle parti di Washington DC.

Ciao Barack

Il bilancio della presidenza Obama verrà redatto dagli storici fra una decina d’anni. In campo economico la Casa Bianca è riuscita a declinare ricette di sviluppo convincenti, pur mancando grosse opportunità. Mohamed El-Erian ha esposto un giudizio lusinghiero del doppio mandato di Obama, evidenziando come le intuizioni abbiano complessivamente superato i limiti dell’approccio dem.

Laddove la Casa Bianca ha fallito è in politica estera: su questo versante, secondo Edward Lucas, Obama ha avuto seri problemi nel relazionarsi con gli alleati. Lo stesso termine, “alleato”, semplice e immediato, è stato sostituito dalla parola “partner”, che ha natura contrattualistica e si presta a interpretazioni ambigue. Per Lucas Obama ha avuto un grande torto: ha adottato un approccio punitivo nei confronti delle potenze che avevano sostenuto il suo predecessore, George W. Bush. Una chiave di lettura interessante.

L’Orso risorto

Con gli stati dell’Europa centro-orientale Obama ha sempre dialogato a denti stretti, confondendo la loro fedeltà all’Alleanza Atlantica con una collusione di tipo politico: la guerra in Iraq sarebbe stato l’esempio eclatante di questa compromissione. La scelta di mantenere le distanze ha permesso alla Russia di riscoprire la sua fame egemonica adottando la strategia del “divide et impera”. Putin ha sfoggiato, innanzi a Washington e alla platea mondiale, il ghigno dell’autocrate spacciato risorto nel giro di un decennio.

Al netto di questo dato, che è coinciso col primo ridimensionamento della superpotenza americana, di sicuro a Obama non può essere rimproverata un’abiura del credo liberista. Chi, semmai, ha prospettato un passo indietro rispetto alla globalizzazione è il suo successore, Donald Trump, capace di evocare i peggiori spettri del protezionismo già nel discorso inaugurale.

E torniamo a Davos perché l’avvento minaccioso del tycoon repubblicano ha persuaso Pechino dell’opportunità di giocare d’anticipo.

Le due Cine

L’immobiliarista newyorkese non ha escluso di dialogare in maniera formale con Taiwan, rompendo l’adagio diplomatico dell’esistenza di “una sola Cina”. Xi ha così deciso di giocare la carta della devota conversione ai valori del libero mercato. Eppure, come ricorda Ruben Sprich, a dispetto dei proclami “il suo governo è stato oggetto di crescenti critiche da parte dei partner commerciali per le continue restrizioni sugli investimenti esteri, in un momento in cui le aziende statali del paese stanno perseguendo una politica aggressiva di acquisizioni in tutta Europa”.

Il Vecchio Continente, orfano della superpotenza americana da appena mezz’ora, ha abbracciato immediatamente il nuovo corso. Meno diritti umani e più consumi: l’importante è non morire col ciuffo biondo. In questa meravigliosa equazione qualcosa non torna, i conti son fatti senza l’oste: “La Cina è ancora uno dei più grandi rischi, e credo che l’unico motivo per cui non sia in cima alla lista dei pericoli è che gli Stati Uniti sono al momento un luogo di incertezza”, ha sentenziato Kenneth Rogoff, economista di Harvard.

Pechino s’è desta

Xi, però, ha assunto un tono serio: ha detto che una guerra commerciale non conviene a nessuno e che i governanti devono pensare al benessere dei popoli. Molto saggio, molto giusto, molto Mao.


Ma quindi sarà possibile volgere uno sguardo speranzoso all’estremo oriente, fare fagotto e partire come novelli Marco Polo? Adesso non esageriamo, un passo alla volta. Il Consiglio di Stato ha detto che la Cina è pronta ad aprirsi, ma ha omesso d’indicare una scaletta, un cronoprogramma, uno straccio di scadenza agli spettatori interessati. A Davos è stato venduto fumo. Loro vengono subito, noi aspettiamo ancora un po’. E così la bilancia commerciale pende sempre a favore della potenza asiatica. Il compagno Xi ringrazia e incassa: con le mani libere può plasmare il nuovo Comitato centrale a sua immagine e somiglianza.

E l’America?

La crociata contro le élite è ormai il leitmotiv del Gop, notoriamente il partito degli squattrinati. Lui, il commander-in-chief, è stato chiaro: sono l’uomo nuovo giunto da Main Street per abbattere un sistema di privilegi. A Wall Street tremano. Dal ridere.

La deregolamentazione promessa da Trump passa per il superamento della Dodd-Frank, uno dei provvedimenti studiati da Obama per avocare al Tesoro la protezione dei consumatori tramite il monitoraggio e la regolamentazione dei settori delle carte di credito, di debito e dei mutui immobiliari. Il Dodd-Frank act è servito per mettere un freno ai derivati e per disciplinare l’attività delle agenzie di rating. Jp Morgan e Goldman Sachs plaudono all’idea di Donald. I grillini di tutto il mondo si accodano. Belanti.

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