in I magnifici sette, Usa

Marcia femminista contro Trump: genesi di un Tea Party politically correct

La sinistra riscopre il fascino dell’eremo: Washington invasa da attivisti fin troppo liberal


In principio furono le sette: circoli chiusi dove gli affiliati davano libero sfogo al proprio fanatismo. Poi arrivò internet, la spettacolare era dei social network, e tutto cambiò: spuntarono “le bolle”, cerchie in cui opinioni sempre più simili rimbalzavano da una bacheca all’altra, da un profilo all’altro, da una pagina all’altra, fino a confondere gli utenti, alterando inesorabilmente la percezione del reale.

Passano gli anni, cambiano i nomi, ma gli errori restano sempre quelli, anche in politica. E il dato curioso, in questo mezzo pandemonio, è che gli erranti si somigliano moltissimo. Non ci credete?

Usa Today

Prendete l’America di oggi, governata da un miliardario dall’ego ipertrofico.

Lo stile lascia a desiderare, ha una carrettata di figli, qualche grana giudiziaria e quando si è buttato in politica il suo impero economico sembrava destinato allo sfascio.

Al momento della “discesa in campo” i media lo davano per spacciato: è un dilettante, non ha alcuna esperienza, è un clown, finirà a piangere miseria. Risultato? Prima ha fatto fuori l’intero establishment del partito repubblicano e poi ha sconfitto la corazzata Clinton, a suggello di una campagna elettorale condotta come un referendum sulla sua persona.

Una simile mina vagante non vi ricorda nessuno?

Il problema, per gli oppositori, era ed è abbastanza chiaro: come ingessarlo? Come normalizzare un mattatore che affabula le masse in un processo d’osmosi totalmente irrazionale? Due le possibilità sul tavolo:

  • prenderlo sul serio, nel bene e nel male, in virtù del consenso riscosso nell’America profonda;
  • o ridicolizzarlo, scimmiottarlo, fargli il verso, dipingere i suoi accoliti alla stregua di bifolchi con forcone e camper.

Secondo voi quale strategia ha prevalso?

La grande marcia

Poche ore dopo l’insediamento di Re Donald alla Casa Bianca l’intero star-system si è mobilitato per presenziare alla Marcia delle Donne e Washington è sembrata l’Atlantic City del 1968.Una chiamata alle armi per denunciare l’impostore che ha stuprato la democrazia americana strappando violentemente la Rust Belt. Del resto, #SeNonOraQuando? 

Da Scarlett Johansson a Ashley Judd passando per Madonna: tremate, tremate, le streghe son tornate. La cantautrice che aveva promesso pampini in libertà ai sostenitori di Hillary Clinton non ha lesinato, in piazza, un attacco soft: “Inizialmente pensavo di lanciare una bomba contro la Casa Bianca, ma ho capito che questo non sarebbe servito a nulla”.

Contro Trump le bombe non bastano, sono soluzioni radicali che non estirpano il problema culturale. Bisogna recuperare il valore della militanza, l’occupazione delle città, le iniziative di protesta. L’autrice di “Like a Virgin” ha riscoperto i formidabili anni di Mario Capanna. Michael Moore e Robert De Niro, nemici giurati del presidente repubblicano, plaudono alla piattaforma come novelli Pancho Pardi.

Donne, du-du-du

Il New York Times ci ha messo del suo. Jasmine C. Lee ha rivelato ai lettori del quotidiano liberal l’orrenda macchinazione del commander-in-chief: la nuova Amministrazione sarà quella con più bianchi e con meno donne dai tempi di Ronald Reagan. Orrore! Scempio! Boldrini di tutto il mondo unitevi, sfilate assieme a sindache e prefette! Neanche George W., cowboy della democrazia in medio-oriente, coi suoi undici visi pallidi nell’Esecutivo aveva osato tanto.


L’iniziativa popolare è obbligata, quasi un vincolo morale. C’è perfino la benedizione di Roberto Saviano, scettico ma rapito dal “clima di festa della democrazia rara in un Paese che non si mobilita facilmente”. Una solfa diametralmente opposta rispetto alla cerimonia d’insediamento del magnate, con quel giuramento “lugubre: tutti bianchi, pochissima musica”. E se il presidente punta le sue fiches sull’odio viscerale dei seguaci, la coerenza e l’impegno sociale possono costituire — ancora una volta — la diga naturale per preservare la democrazia.

Coerenza innanzitutto

Coerenza: una parola inflazionata. Trump ha ottenuto legittimamente l’accesso alla Casa Bianca dopo aver trionfato alle presidenziali di dicembre. Se l’obiezione viene sollevata nel discorso pubblico, dal pulpito arriva la scomunica, in senso letterale: anche Hitler vinse libere elezioni. Ed è di nuovo militanza, di nuovo propaganda, di nuovo arredamento della bolla in stile liberty.

I diritti delle donne non si barattano per la protervia degli elettori ignoranti! La marcia è la risposta del mondo civile e perbene a un presidente villano e marpione, convinto che i soldi aiutino a rimorchiare.


E pazienza se la stessa folla politicamente impegnata non si è mai mobilitata quando si discuteva di infibulazione nei paesi arabi; pazienza se a Riyad esiste la lapidazione per le adultere, se in Turchia si è arrivati a tanto così dall’approvare il matrimonio riparatore per gli stupratori, senza che tutto ciò abbia causato un solo sussulto nella rete femminista. Nel valzer dell’ipocrisia, i costumi dell’islam politico vanno accettati e mai discussi, perché così impone il cosmopolitismo pluralista. Le piazze si riempiono solo per le frasi scabrose rivolte alle donne occidentali, colpite dal linguaggio greve del neoeletto. E il bello è che il razzista resta comunque lui.

La via elitaria

Alain Neil, su Causeur, non si è rassegnato ad ascoltare il sermone impegnato e ha notato, con una punta d’indignazione, la situazione paradossale: i proletari del Wisconsin e del Minnesota, vestiti con giacche sdrucite da quattro soldi, dovrebbero pendere dalle bocche di un manipolo di californiani abbronzati e ben nutriti e smetterla una buona volta di rompere le balle con la favola della disoccupazione.

Anche Matt Lewis ha espresso qualche riserva: “Invece di rivolgersi all’America moderata, i progressisti stanno utilizzando questa opportunità per diventare più estremi e per escludere ancora di più chi non la pensa come loro”. Non vi sembra realistico? Andate a dirlo all’associazione femminista anti-abortista che è stata esclusa dalla marcia, pur condividendo l’ostilità al tycoon.


David Brooks, sul NYT, ha arricchito la diagnosi: pur ritenendo la manifestazione un momento di crescita culturale del paese, l’agenda incentrata sui diritti di genere e sul cambiamento climatico non sembra, al momento, la migliore offerta politica per un elettorato leggermente incazzato, colpito dall’automazione e dalla delocalizzazione.

Venerdì scorso — scrive Brooks — Trump ha offerto una versione sfacciata del suo nazionalismo populista. Sabato le forze anti-Trump avrebbero potuto offrire un moderno patriottismo alternativo, rosso bianco e blu, lungimirante, basato sul pluralismo, sul dinamismo, sulla crescita, sull’uguaglianza razziale e di genere, sull’impegno globale. Invece la marcia dei cappelli rosa ha mostrato un movimento anti-Trump costruito, stranamente, intorno al Planned Parenthood, e un sacco di cartelli con la parola ‘figa’.

Il rischio è che a sinistra, dopo la sfortunata parentesi di Bernie Sanders e con la batosta incassata da Hillary Clinton, nasca un Tea Party progressista, anacronistico e sgrammaticato, pronto a levare gli scudi per ogni parola pronunciata dallo Studio Ovale.

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