in politica italiana


Le primarie all’italiana servono ai cacicchi locali per determinare il proprio peso all’interno del partito. Cos’era, altrimenti, la famosa ditta? Un’accozzaglia di signori delle tessere capaci di smuovere voti a buon mercato. Il rammarico di D’Alema è la gustosa pantomima di un attore consumato, abile a recitare la stessa parte da vent’anni, quella di chi sta sempre alla sinistra del capo.

Se il sistema politico italiano fosse ispirato ai principi di legalità e trasparenza, non avremmo a che fare con un Parlamento di nominati. La scelta di erodere il potere dell’elettorato, dapprima criminalizzando e poi bandendo per legge l’espressione della preferenza, va letta in questo senso. Così come la sibillina volontà d’impiparsene allegramente del dettato delle urne. Ve le ricordate le percentuali bulgare a sostegno del maggioritario, no?

A poco servono i tentativi di partecipazione camuffata, gli ossequiosi riti di una liturgia utile a dar forza e visibilità alle leadership carismatiche. Le primarie nazionali – siano esse allestite nei gazebo, orchestrate online o tramite adunate politiche dal vago sapore littorio e plebiscitario – non hanno nulla a che vedere con quelle americane, di cui al più scimmiottano il verso.

Come il PD sia riuscito a trasformare una felice intuizione in una lotta fra polli è cosa che sfugge ai più. Da quando la scelta dei parlamentari, dei candidati sindaci, dei presidenti regionali è stata affidata ad improvvisate elezioni di coalizione, l’ombra della corruzione, del broglio, della truffa e della fuffa si è estesa a dismisura su scala nazionale. A volte è perfino denunciata preventivamente: si bruciano i tempi per essere sicuri di non sbagliare.

Dato esemplificativo: il candidato dem che ha storicamente attratto maggiori consensi in simili tornate è Francantonio Genovese, monopolista ante litteram nel settore della formazione siciliano, finito nel mirino della magistratura e passato armi e bagagli nelle file di Forza Italia. Cari saluti, compagni, così va il mondo.

Ora, a Napoli delle telecamere amatoriali hanno alimentato i dubbi di Bassolino sulla chiarezza del mandato elettorale conferito a Valente. Si strugge, Don Antonio. Come se fosse l’euro galeotto all’ingresso del finto seggio a determinare o meno la liceità stessa dell’elezione. L’ex sindaco partenopeo, tornato in auge dopo qualche anno di vacanza all’ombra dell’immondizia deposta alle pendici del Vesuvio, non ci sta e si rivela campione di moine ed è tutto un indignarsi a destra e a manca su dove sta andando l’Italia.

D’Alema, regista occulto, gioca a fare l’avvoltoio e se la prende col Partito della Nazione di cui è stato autorevole deus ex machina, almeno fin quando la creatura non gli è stata sottratta. “La maggioranza di governo si fonda da un lato sull’apporto determinante della componente ciellina del berlusconismo (Alfano, Lupi), dall’altro su Verdini e Cicchitto” ha sintetizzato con onestà intellettuale il lìder Maximo.

Amnesia canaglia: gli attuali equilibri sono stati sanciti da una disastrosa prova elettorale del suo adepto, Pier Luigi Bersani, e consacrati dal sodale Enrico Letta, il cui cognome non richiama esattamente una dinastia partigiana impegnata a programmare la venuta dei cosacchi a San Pietro.

Per quale motivo i voti di Alfano, spendibilissimi sino a ieri, frutto di un ripensamento critico della stagione berlusconiana, oggi vadano considerati d’emblée  sporchi e puzzolenti, nessuno ce lo spiega. Ci dicono, però, che a sinistra qualcosa si muove, che il malessere del popolo è vibrante, che una frattura potrebbe essere perfino salutare per l’elettorato. “D’Alema guida l’opposizione: se andiamo avanti così, siamo destinati a perdere” ritorna ad essere il leitmotiv del momento. Un evergreen dal 1994. Nella Speranza di dare a Renzi ciò che venne dato a Prodi: il benservito con il primo “ciaone” della storia.

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