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Merkel contro Trump: Germania e Usa nel sistema multipolare

[su_heading size=”22″]Il duello fra Washington e Berlino potrebbe portare a una cesura storica: Mosca e Pechino pronte ad archiviare il secolo breve[/su_heading]


Nell’immaginario collettivo, innanzi al costante aumento dei flussi migratori, la classe politica occidentale ha elaborato fondamentalmente due risposte: un approccio morbido e inclusivo alla tedesca; e una linea di chiusura preventiva delle frontiere all’americana. A interpretare questi due modelli, distinti e distanti nella forma e nella sostanza, sono stati due leader agli antipodi, due figure che — almeno sulla carta — risultano accomunate dall’appartenenza al fronte conservatore: Angela Merkel e Donald Trump.

La Cancelliera è oggi la politica più navigata del Vecchio Continente, si accinge a correre per il quarto mandato e nei suoi anni a Berlino ha saputo plasmare un paese dinamico e competitivo. Donald Trump, viceversa, rappresenta la scheggia impazzita del modello americano, l’outsider nazionalista che ha chiuso la stagione delle grandi dinastie — quella dei Bush e dei Clinton alla Casa Bianca — riscoprendo l’eredità morale di Andrew Jackson.

In America come in Germania, però, il dibattito sui migranti ha assunto toni aspri in seno agli stessi partiti di governo. A Washington i repubblicani hanno manifestato imbarazzo per le posizioni del commander-in-chief, considerando le disposizioni varate dalla Casa Bianca un tradimento dei valori storici del Gop. Analogamente lungo il Reno, di là dalla combattiva opposizione dell’AfD di Frauke Petry, lo scetticismo ha contagiato la Cdu. In settimana Wolfgang Schäuble ha espresso dubbi sulla linea imposta dalla Cancelliera. Il ministro delle Finanze tedesco, falco del rigore e dell’austerità, non è un esponente di secondo piano nel movimento cristiano-democratico e le sue parole pesano come macigni nel discorso pubblico.

Qui Washington: Trump versione Rambo

Per Trump il primo bilancio è in chiaroscuro. Se l’intento del presidente era ingraziarsi ulteriormente lo zoccolo duro del suo elettorato, allora la missione è perfettamente riuscita. The Donald ha un mandato chiaro per i prossimi quattro anni: deve prosciugare la palude di Capitol Hill e la scelta di muoversi con una serie di ordini esecutivi per dare immediata attuazione alle promesse fatte in campagna elettorale risulta, per la sua base, la prova del nove della diversità antropologica del miliardario. Rottura e discontinuità.


Se, però, l’obiettivo è far tornare grande l’America in senso letterale, allora la lettura di Noah Rothman sembra una rappresentazione più efficace della realtà. Commentary, rivista non ostile in linea di principio al magnate, ha osservato come la prima giornata nera per la presidenza sia arrivata appena una settimana dopo il giuramento, quando un giudice federale ha cassato legalmente le decisioni prese nello Studio Ovale.

[su_quote]In response to the draconian and needlessly injurious execution of this policy, spontaneous mass protests overtook America’s transportation hubs and galvanized Donald Trump’s opposition. The scope of the political damage done both to their cause and its champion in the White House is unclear, but damage has been done. Americans do not stomach this kind of gross ineptitude in boilerplate politicians, much less in a president elected to be the antidote to the lazy inertia of Washington D.C. This was an unmitigated political disaster for Donald Trump and the administration he leads.[/su_quote]

Lungi dall’ammettere l’errore, Trump non ha fatto passi indietro. Anzi: ha alzato i toni dello scontro e ha esortato gli alleati europei, Francia e Germania in testa, a riflettere sui problemi del Vecchio Continente anziché dispensare lezioni oltreoceano.

Una delle regole auree del tycoon è il principio della rappresaglia diplomatica: se ti fai gli affari miei, io intervengo sulle questioni di casa tua. Così Peter Navarro, capo del Consiglio nazionale del commercio, ha strigliato la Germania per aver trasformato l’euro in un marco sotto mentite spoglie, gravemente sottovalutato con buona pace delle economie mediterranee dell’unione monetaria. Lo squilibrio commerciale di Berlino sottolineerebbe, in tal senso, “l’eterogeneità all’interno della Ue. Dunque, il Ttip era un trattato multilaterale travestito da accordo bilaterale”.

Qui Berlino: nuove strategie

Sulle misure d’accoglienza, dopo il plauso ricevuto da Barack Obama, Merkel aspetta il verdetto dell’elettorato tedesco, richiamandosi ai principi della tolleranza e del liberalismo. Quest’anno la Germania andrà al voto e le politiche sembrano ormai un referendum sulle sorti della Cancelliera.


Sotto il profilo internazionale, però, a Berlino iniziano a riflettere sulla diplomazia dei tweet. Quanto terreno si può concedere al quarantacinquesimo presidente degli Usa prima di dire “questo è troppo”?

[su_quote]It is becoming apparent that Trump’s presidency represents a break in the trans-Atlantic relationship, the kinds of which hasn’t been seen since World War II. With a U.S. president who openly threatens a German carmaker with punitive tariffs of 35 percent, one who warns that the Germans were “very unfair to the U.S.,” it could even mark a shift from friendship to animosity. In corporate headquarters and in Angela Merkel’s Chancellery, executives and government officials are considering how best to stand up to this challenge. Is it better to remain composed and unperturbed, relying on rationality, on the strength of decades of ties and on the rules of the global economy? Or would it be better to prepare countermeasures, search for new allies in, for example, Asia or perhaps even to take advantage of the vacuum that is being created?[/su_quote]

Il tratto citato viene dal Der Spiegel: la testata valuta con preoccupazione le minacce di Trump al settore automobilistico tedesco, un settore che peraltro sta contribuendo a migliorare la bilancia commerciale di Washington. Basti pensare ai veicoli prodotti dalla BMW sul suolo americano, nella Carolina del Sud: soltanto nel 2016 i 70.000 lavoratori assunti negli Usa hanno prodotto 411.000 SUV, spingendo il ceo — Harald Krüger — a definire l’America la sua “seconda casa”.

Ma se è il libero scambio che Trump vuole minare nelle fondamenta, non è detto che la globalizzazione debba cedere parallelamente il passo alle pressioni disgregatrici provenienti dalla Casa Bianca. L’ordine mondiale si regge ormai su un sistema multipolare e gli Stati Uniti affrontano quotidianamente la “grande minaccia cinese”. Avvicinare Berlino (e Bruxelles) a Pechino dopo il meeting di Davos non è un’ipotesi campata in aria. Con Mosca e Washington da un lato e Berlino e Pechino dall’altro, l’equilibrio internazionale archivierebbe la stagione del “secolo breve” di Hobsbawm e le grandi potenze si avventurerebbero a passo spedito in un territorio ancora inesplorato.

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