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La coalizione dei volenterosi di Obama: il metodo Bush per piegare l'Isis?

Obama nello Studio Ovale

Obama nello Studio Ovale

Se vogliamo che ci sia un’evoluzione, più nazioni devono mettere a disposizione le risorse che questa battaglia esige”. Con queste parole il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha dettato la linea nell’azione di contrasto all’Isis. Il Governo americano, lasciavano intendere sino a ieri dalla Casa Bianca, non metterà in campo un’operazione di polizia internazionale, non agirà unilateralmente per risolvere un guazzabuglio drammatico come quello siriano, dove tutte le parti sembrano avere torto.

L’opinione della Presidenza parte dai dati offerti dagli analisti vicini allo Studio Ovale: puoi impegnarti quanto vuoi, sembrano aver detto gli esperti ai vertici dell’Amministrazione, ma se nella regione dalla tua parte siedono soltanto i curdi non sei destinato a fare molta strada. E la chiusura – a questo punto prematura – ad Assad, che rivendica una partnership con la Russia dopo il supporto dato dal Cremlino nel momento critico della contestazione internazionale, pregiudica a Washington l’opportunità di aprire nuovi canali col vecchio rais o coi suoi sodali. Stesso discorso vale per il regime teocratico iraniano: a dispetto del Deal, il disgelo non c’è stato e Teheran sembra preferire l’interlocuzione con Putin rispetto a quella con lo zio Sam.

L’America si trova così in una posizione singolare: può predicare un idealismo democratico sulla falsariga dei precetti neoconservatori, ma non può muoversi sotto il profilo realista per dar seguito a questo input. L’obiettivo di Obama, allora, è trascinare nel conflitto tutti i partner occidentali della comunità internazionale, sì da non guidare l’azione diplomatico-strategica sotto il profilo bellico, pur esercitando – in caso di conflitto – la scontata supremazia militare.

Detto fatto: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha lanciato il segnale che tutti attendevano. La risoluzione presentata dall’Eliseo dopo gli attentati è stata votata all’unanimità e vincola i membri dell’Organizzazione a “raddoppiare e coordinare gli sforzi per prevenire e reprimere atti terroristici“, adottando parimenti “le misure in linea col diritto internazionale” per abbattere lo Stato islamico. Si tratta di una formula estremamente elastica, ai limiti del compromissorio, che consente ai singoli governi dei diversi paesi di muoversi secondo convenienza e opportunità nel confronto con la propria opinione pubblica. L’idea, insomma, è che l’Onu abbia semplicemente sbottato – così non si può andare avanti – rinviando ad un secondo momento le valutazioni complessive su come circoscrivere e sradicare il fenomeno del Califfato.

Facendo leva sui contrastanti sentimenti che legano la galassia sunnita a quella sciita e adoperando, al contempo, le rivalità fra potenze regionali – sollecitando in particolare Giordania, Turchia e Arabia Saudita – Washington potrebbe tentare di pilotare le politiche dei singoli partner in modo tale da formare una diga che risponda al fine preposto, spaccando in due il mondo sommerso dell’integralismo islamico e recidendo così i lacci che legano i terroristi a soci occulti. Il problema è che poco si sa su quanto sia profondo questo mondo, su quali legami etnici, sanguigni o tribali potrebbero prevalere o emergere alla prova dei fatti. Certo, esistono i dossier dei servizi segreti, ma quale stolto punterebbe le fiches del Dipartimento di Stato sulla trasparenza di Riad? Per questo la pista Onu sembra la via più percorribile, fosse anche solo per un mandato d’azione conferito a una coalizione di volenterosi, come quella capitana da Bush ai tempi dell’invasione irachena.

Il paragone sussiste, è pertinente, ma non bisogna esprimerlo, perché lo spauracchio dell’ultimo governo repubblicano verrà ancora agitato nella campagna elettorale alle porte e perché comunque è molto più semplice addebitare ogni sfacelo geopolitico mediorientale alla vecchia Presidenza, quasi che invece gli errori non siano stratificati in cinquant’anni di condotte meramente realiste.

Hillary Clinton e Barack Obama

Hillary Clinton e Barack Obama

Hillary Clinton, l’ho scritto ieri, sta tentando di smarcarsi dalla rotta indicata da Obama, facendo capire agli elettori che pur condividendo l’analisi-quadro della Presidenza, lei avrebbe agito in modo diverso. Non è un passaggio marginale, perché se è vero che la campagna per le primarie è in corso e ogni affermazione va letta e pesata sulla base dei trend statistici tenuti dagli spin doctor, è altresì vero che un eventuale impegno di rottura della principale candidata alla successione alla Casa Bianca potrebbe diventare un mantra da cui sarebbe difficile prendere le distanze a insediamento avvenuto. Stiamo correndo troppo? Forse sì, epperò è difficile non cedere alle pulsioni stile Nostradamus se il principale avversario della Clinton, sponda Gop, propone di schedare ogni mussulmano presente negli Stati Uniti. Insomma, se Clinton è una scommessa incerta, quella di Trump appare surreale.

Tornando in Europa, il Belgio si sente sotto attacco. Stamane il Ministero dell’Interno ha innalzato il livello d’allarme ribadendo come la minaccia sia “imminente e molto grave“. Per questo l’Esecutivo ha disposto un invito scioccante ancorché comprensibile: l’appello alla cittadinanza è volto a evitare qualsiasi posto ove possa esservi una concentrazione di persone nella regione di Bruxelles. In altri termini non tanto addio a manifestazioni o concerti o locali à la page, ma tanti saluti agli aeroporti e alle stazioni ferroviarie. Ed è proprio su questa scia che si è deciso di chiudere le stazioni della metropolitana quale misura precauzionale. Restano in funzione i tram, non si capisce bene secondo quale logica, stante la domanda che ovviamente intercetteranno fra l’utenza. A tal riguardo segnalo, in conclusione, il bel pezzo di Marco Zatterin su La Stampa. Il corrispondente da Bruxelles del quotidiano diretto da Mario Calabresi descrive una città spettrale:

Le vie sono spopolate, sotto un cielo indeciso: non si capisce nemmeno che tempo faccia. Non passa nessuno, si respira aria di preoccupazione diffusa. È come se gli abitanti della capitale aspettassero qualcosa, senza sapere esattamente cosa, con gli animi imbruniti dal pensiero orrendo che possa accedere il peggio da un secondo all’altro. E con l’annesso timore, pesante sebbene meno grave, che non succeda nulla e poi nulla per giorni, sino a che sarà difficile dire se l’allarme li ha salvati oppure ha inutilmente tarpato il quotidiano vivere“.

E’ questo il ricatto del terrore, un ricatto che l’Isis vuole potenziare: l’edizione cartacea del Daily Mail, infatti, rivela come il Califfo abbia dato mandato alle cellule europee di non tornare più dalle parti di Raqqa per gli addestramenti di rito, ma di minare il Vecchio Continente nel suo cuore, per sconvolgere le menti dei cristiani e dei crociati.