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Ognuno per sé e Allah per tutti: l'Europa si squaglia di fronte al Califfato

François Hollande e Angela Merkel [Foto AFP]

François Hollande e Angela Merkel [Foto AFP]

La polverizzazione politica del blocco europeo dopo gli attentati di Parigi è un dato evidente. Da giorni, su questo spazio, cerco di mettere in ordine le idee esposte dai diversi Governi chiamati a fronteggiare la sfida al terrore. Idee che concernono le modalità di risposta che il Vecchio Continente dovrebbe praticare e che, fondamentalmente, hanno creato nelle loro complesse articolazioni una situazione di stallo piuttosto stucchevole.

Sì, perché dopo la decantata solidarietà all’Eliseo (la fase della mestizia), barbaramente colpito da un’offensiva che sarebbe potuta scoppiare in qualsiasi altra nazione d’Europa come un bubbone pestilenziale (la fase delle psicosi), dopo il cordoglio e la commozione di prammatica (la fase delle buone maniere e del protocollo) ha prevalso la frammentazione a oltranza, l’incapacità di mettere sul campo una strategia condivisa e degna di nota (la fase dell’ognuno per sé e Allah per tutti). E’ forse questo il peggiore affronto che l’Isis poteva fare alla struttura comunitaria: mostrare come – con o senza moneta unica, con o senza la generazione Erasmus – alla fine della fiera la renitenza all’impegno della classe dirigente europea sia la dote tramandata ai posteri dai tempi della crisi jugoslava.

Di più: in una sorta di eterogenesi dei fini, le analisi dotte sul terrorismo internazionale hanno portato la solita combriccola d’intellettuali da salotto a contestare in lungo e in largo qualsiasi opzione bellica, senza curarsi però di proporre alternative di sorta, di là dalla retorica dell’accoglienza e dell’alterità culturale. Penso, ad esempio, alle elucubrazioni consegnate da Appelbaum a Internazionale, quella pulsione recondita e libertaria – assolutamente legittima, intendiamoci – di dire no all’intelligence, no alle bombe, no alla sorveglianza, no a maggiori controlli. Insomma no a ogni soluzione possibile secondo l’umano discernimento. “I servizi segreti che oggi chiedono di accedere ai vostri dati, che stanno manipolando questa tragedia, sono gli stessi che hanno sfruttato la Vodafone in Grecia per intercettare le telefonate del primo ministro e che hanno sottoposto tutta l’Europa alla sorveglianza di massa. Non possiamo fidarci” è la conclusione logica del ragionamento. E chi se ne impipa della necessità di presidiare il territorio scongiurando il rischio di nuovi attentati: l’equazione fra la vostra sicurezza e la vostra riservatezza è sbilanciata a favore della seconda, a meno che non incappiate in qualche fascicolo giudiziario, allora lo sputtanamento a mezzo stampa si chiama libertà d’informazione.

Al di fuori della polemicuzza, però, è interessante confrontarsi con la percezione che la stampa offre all’opinione pubblica di quanto sta avvenendo. Ci vuole un bel coraggio, ad esempio, a battezzare la prima pagina di un quotidiano sul rinnovato attivismo tedesco. E’ il caso del Messaggero di Roma, che stamane azzardava: “Mossa Merkel: truppe anti-Isis“. Se si va a guardare nel dettaglio quanto emerso dal confronto fra la Cancelliera e il presidente Hollande si scopre, poi, che la Merkel in Siria e in Iraq non vuole mettere mezzo becco. Neanche un aeroplanino di carta targato Berlino dovrà svolazzare sul territorio mediorientale: la Germania, semmai, s’impegna ad alleggerire gli oneri francesi in altri Stati, laddove la comunità internazionale esorta i propri membri a lavorare a supporto dei governi legittimi. E quindi la risposta della Germania alla sfida del Califfato è, udite e udite, spedire un piccolo contingente in Mali, appena 650 uomini. Se ne sentiva proprio il bisogno.

Come nota Francesca Sforza su la Stampa, in questo quadro deprimente l’Unione non può tirarsi indietro dall’assunzione obbligata di responsabilità, anche in virtù del para-isolazionismo americano, una sorta di prudente mandato alla guerra per procura conferito dalla Casa Bianca al Dipartimento di Stato:

Un’Europa così, forte soltanto della somma delle proprie debolezze, ha però il compito di rendere credibile una soluzione diplomatica. Il prossimo appuntamento del gruppo di contatto sulla Siria che si è incontrato la settimana scorsa a Vienna sarà a Parigi, dove si tratterà di capire come la messa a punto delle liste dei gruppi terroristici e la composizione di un tavolo che tenga seduti insieme governativi e oppositori siriani senza Assad possa risultare digeribile a Russia e Iran. Per poi sperare che l’Onu raccolga il testimone e non se lo lasci scivolare tra le dita“.

In questa cornice l’assordante silenzio italiano spicca, infine, nella sua gravità. Renzi, in missione da Hollande, ha ribadito la vicinanza delle due nazioni, auspicando la definizione di una strategia globale, diplomatica, culturale e civile. Nulla da eccepire al ragionamento-quadro, ma l’allergia a pronunciare il verbo militare – a dispetto della drammatica situazione che a Damasco si protrae da anni – lascia fortemente interdetto qualsiasi osservatore imparziale. Progettare una road map culturale per permeare di valori liberali il credo islamico è una via ovviamente percorribile sulla carta; ma se essa non è preceduta da una contro-insurrezione militare, se cioè prima d’inviare maestri non sgomberiamo il campo dai terroristi con qualche scarpone militare, secondo i precetti già sperimentati della dottrina Petraeus, la strada che dovremo percorrere sarà in salita. Un assunto, questo, che non sfugge soltanto a Palazzo Chigi, ma anche a Federica Mogherini, chiamata a sforzi titanici di mediazione cui sta rispondendo secondo le attese: con prudente inadeguatezza.

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