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Today’s news – rassegna stampa 4 novembre 2016

L’onestà di Clinton, l’offensiva a Mosul, l’Egitto in crisi e le dimissioni di Renzi. Le notizie del giorno, la tua bussola sul web.

Vicini alla meta

Sarebbe intrappolato a Mosul: Abu Bakr al-Baghdadi, capo spirituale e politico dell’Isis, non avrebbe abbandonato per tempo la grande città irachena tenuta sotto scacco dall’esercito nazionale. A rivelarlo è l’Independent, riportando la testimonianza di un alto ufficiale curdo, Fuad Hussein. “Se lo uccidiamo, l’Isis implode” spiega il militare ricordando il prestigio di cui gode il Califfo fra i miliziani.

Il diretto interessato ha esortato gli adepti a combattere “la guerra totale”: “mantenere le posizioni con onore è mille volte più facile che ritirarsi con vergogna” ha scandito al-Baghdadi. Alla Totò: armiamoci e partite.

Avamposti del terrore

La Germania ospita al suo interno cellule e militanti del Pkk e della Feto. L’accusa viene direttamente da Erdogan che mette in guardia Berlino: questi gruppi sono “come gli scorpioni, prima o poi mordono chiunque li porti sulla schiena”.

Una questione di fiducia

Hillary Clinton probabilmente vincerà le elezioni, ma ha un problema di credibilità piuttosto evidente. L’ultimo sondaggio commissionato dal Washington Post rivela uno scarto di otto punti percentuali in favore di Trump. La domanda rivolta al campione non era “chi voterà alle prossime elezioni?”, ma “quale candidato le sembra più onesto?”. Considerata l’evasione fiscale certa del miliardario repubblicano e le accuse di molestie sessuali incassate nell’ultimo mese, il risultato è sorprendente. Sostenere, come fanno alcuni analisti, che la percezione degli elettori sia alterata dai media è surreale: l’intero establishment dell’editoria supporta l’ex segretario di Stato. Perfino alcuni quotidiani conservatori hanno preso posizione “per salvare il Gop”. Il problema è nel clan e nel suo rapporto con l’opinione pubblica.

hillary-clinton


Ciuffo miserabile

Ingannevole e pericolosa. La ricetta per la crescita di Donald Trump è stata bocciata da 370 economisti. Il protezionismo e le barriere non portano da nessuna parte, a meno che esse non siano invocate dal Bernie Sanders di turno. In quel caso giù applausi. Anche gli operatori finanziari sostengono la candidata democratica: una svolta rispetto al passato, considerata la popolarità di cui godeva Romney durante l’ultima tornata elettorale.

Nota a margine: fra gli intellettuali pop pro-Hillary, quelli col riflesso condizionato delle petizioni, spicca il premio nobel Joseph Stiglitz, già sostenitore di Varoufakis all’indomani della crisi greca. Per dire la coerenza…

Comey is in the air

L’uomo accusato di ogni tradimento è in realtà molto più istituzionale dei due candidati.

Dimissioni subito!1!

Indipendentemente dall’esito delle elezioni, Matteo Renzi dovrebbe dimettersi e dimostrare al paese come l’alternativa vera sia “fra stasi e riforme”. Lo ha sostenuto Pierpaolo Barbieri – direttore di Greenmantle, società di consulenza geopolitica – sulle colonne del Wall Street Journal. Una provocazione per un’Italia incapace di generare alternative credibili in questo frangente storico. Il programma di riforme dell’Esecutivo, promosso a pieni voti nell’editoriale, è paragonato all’Agenda 2010 adottata a suo tempo dalla Germania. Notevole.

Peccato che i dati rilevati dall’ISTAT raccontino una storia completamente diversa. Il tasso di disoccupazione è all’11,7%, oltre le attese, con un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente. Tant’è.


Ma quali dimissioni?

Se il 4 dicembre dovessero prevalere i “No” nell’urna referendaria, il premier potrebbe rimettere il proprio mandato e accettare un eventuale reincarico da Mattarella. Renzi vivrebbe la nuova fase come un periodo transitorio, circoscrivendo i compiti dell’Esecutivo all’emergenza terremoto, alla legge elettorale e al G7 di Taormina. Si andrebbe comunque al voto entro il 2017. Il piano B resta Dario Franceschini.

Democratici per caso

Pier Luigi Bersani non perdona al presidente del Consiglio la strategia della tensione sul referendum. Né la fiducia sulla legge elettorale. Né la riforma dell’articolo 18. Né la flessibilità derivata dal Jobs Act. Praticamente non gli perdona di essere diventato premier. Guai, però, a pensare alle dimissioni in caso di sconfitta alle elezioni: deve star lì, a farsi logorare.

Pene e delitti

Maggiore sicurezza o rispetto sacrale delle libertà civili? Innanzi alla sfida del terrorismo globale ogni democrazia deve risolvere il rebus nel proprio recinto, adottando comportamenti spesso discutibili. Politico indaga sulla via italiana alla prevenzione raccontando la storia dell’imam di Andria, accusato di connivenza con gli integralisti e rispedito a Tunisi senza tentennamenti. Fra i tanti esperti di settore, alla fine la posizione più ragionevole sembra quella del ministro Angelino Alfano: il margine di errore è uno spiacevole rischio, accettabile se la minaccia del massacro è concreta. Visti i tempi…

Soldi, soldi, soldi

La BCE ha esortato Banca Carige ad accelerare la cessione dei non-performing loans, i crediti a rischio detenuti dall’istituto di credito. Una richiesta condivisa dal Fondo Monetario Internazionale, che auspica un sistema bancario italiano più solido. Il consiglio d’amministrazione della banca spera di non dover aumentare il capitale, ipotesi che il mercato non gradirebbe. Intanto la BCE conferma l’impegno a “preservare il grado molto elevato di accomodamento monetario per assicurare una convergenza durevole del profilo d’inflazione verso tassi inferiori ma prossimi al 2% nel medio termine”.


L’altro voto sulla Brexit

Theresa May incassa la prima sberla da comandante in capo. La suprema corte britannica ha bocciato il tentato aggiramento di Westminster. Downing Street deve studiare l’exit strategy dall’Unione sottoponendo le proprie proposte all’attenzione del Parlamento. Niente sotterfugi.

Rigoristi

I requisiti patrimoniali previsti per il nuovo accordo di Basilea potrebbero essere più stringenti rispetto al passato, data la difficoltà di valutare l’esposizione al rischio di alcuni grandi istituti. A pagare lo scotto di questa decisione potrebbe essere Deutsche Bank. Contrappasso.

Una regione a rischio

Il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, rischia di fare una brutta fine. L’Egitto è sul lastrico e ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale aiuti per dodici miliardi di dollari. Un paese con 94 milioni di abitanti, età media attorno ai 24 anni, culla dei Fratelli Mussulmani: praticamente una polveriera. Intanto ieri la Banca Centrale ha sganciato la moneta nazionale dal dollaro. Da seguire gli sviluppi.

Apocalisse

Altro barcone. Altro carico di morti. L’Europa? Non pervenuta.

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