in Usa

Trent’anni fa l’alieno del West sbarcava alla Casa Bianca: Ronald Reagan era temuto e osteggiato. Adesso è patrimonio dem…

Quando Ronald Reagan conquistò la Casa Bianca, i salotti liberal e benpensanti furono profondamente scossi.  Jimmy Carter, il re delle noccioline, era considerato un egregio candidato. Oltre a essere il presidente uscente, Carter rappresentava il prototipo del self-made man eticamente a modo, capace di mandare a casa l’entourage di Gerald Ford e gli ultimi avanzi della stagione nixoniana.

Certo, l’economia dava segnali poco incoraggianti, l’inflazione galoppava, accompagnata dalla disoccupazione alle stelle e dalla crescita dei tassi d’interesse. Sul fronte internazionale, poi, il sequestro dell’ambasciata a Teheran aveva minato la credibilità della Casa Bianca, ma l’avversario scelto dai repubblicani – un attorucolo di Hollywood abituato a utilizzare una sprezzante retorica da film western – sembrava oggettivamente impresentabile.

Un burino di successo

Non era soltanto una questione di forma, ma di sostanza: Reagan era un mattatore da saloon, un “villano” che aveva maturato pochissima esperienza amministrativa, con un ego immenso e tanta spregiudicatezza. Il suo biglietto da visita, a detta degli avversari, era quello del ciarlatano bellicoso e gongolante, innamorato della propria fama.

In un mondo dove le fratture con Mosca rischiavano di generare profonda instabilità internazionale, foriera – a sua volta – di gravi crisi militari regionali, Reagan era convinto che il Cremlino fosse “l’impero del Male”. Non soltanto lo pensava: lo rivendicava in pubblico e chiedeva agli Stati Uniti di mostrare i muscoli ogni qualvolta fosse necessario, affiancato in quest’operazione da un manipolo di mandarini in fuga dalle fila democratiche.

Le scarse letture, i modi provinciali, le posizioni retrograde su Washington “faro della civiltà” rendevano il leader repubblicano insopportabile alla sinistra bene. Eppure il risultato elettorale fu un massacro per Carter.

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L’eredità

Le polemiche durarono otto anni. Reagan finanziò spie e servizi segreti, bombardò la Libia, sostenne (e fece addestrare) i contras in Nicaragua, spese fiumi di denaro per armare al meglio gli Stati Uniti, trovò sinergie con Margaret Thatcher sul fronte del neoliberismo, prese a calci i sindacati, spostò a destra l’asse della Corte Suprema e scampò perfino a un attentato. Alla fine della fiera lasciò al suo vice, George H. W. Bush, una maggioranza solida, un’economia florida, un URSS allo sbando per la perestroijka e il riflesso imponente della propria popolarità.

Anche il Partito Democratico, per paradosso, beneficiò di quella stagione: Bill Clinton attinse al patrimonio dei precetti reaganiani pochi anni più tardi, perseguendo dallo Studio Ovale progetti di sviluppo neolib e favorendo la deregolamentazione finanziaria.

Nella campagna elettorale che si è appena conclusa, per contrastare la cupa retorica di Donald Trump sullo stato comatoso in cui versa il ceto medio, il presidente uscente Barack Obama e la sconfitta Hillary Clinton hanno più volte ripreso la lettura della società dell’ottimismo in voga nei ruggenti anni ’80, contrapponendosi così alla rappresentazione funerea delle destre, smentendo il mito di un paese al collasso schiacciato dalla protervia delle élite.

E poi c’è il biondo

Ora, Donald Trump non è Ronald Reagan, non ha il physique du rôle del quarantesimo presidente degli Stati Uniti e il suo curriculum lascia interdetti anche gli osservatori più magnanimi. Nei comizi la voce del tycoon suonava vellutata come il grido di Attila, la sua incontinenza verbale, la tendenza all’ira perfino sui social network,  stridevano e stridono tuttora col profilo istituzionale richiesto. Ciononostante Trump ha conquistato la fiducia e la simpatia degli elettori, prendendosi la Casa Bianca dopo aver sbaragliato sedici avversari repubblicani (16!) e la più potente corazzata democratica che si ricordi. 

“The Donald” ha corretto il tiro dopo la vittoria. Ha riconosciuto una statura a Hillary Clinton, non più “traditrice” ma “ex segretario di Stato”; ha attenuato il giudizio critico sull’Obamacare; si è chiamato fuori dalle polemiche sui matrimoni omosessuali, spiegando che “le dispute sono state risolte”; e ha nominato un moderato, Reince Priebus, capo di gabinetto della nuova amministrazione, dopo averlo definito “una disgrazia” per il partito. Non basta.

L’allegra brigata dei no pasarán

Trump viene trattato come un eversore, un pericolo pubblico, una minaccia per gli equilibri del mondo civile. La sua elezione è stata salutata da grandi manifestazioni di protesta, dalla costernazione generale dei media tradizionali. Il New Yorker ha definito il suo trionfo una tragedia, mettendo nero su bianco l’adagio prevalente nelle grandi redazioni. La Cnn, ribattezzata Clinton News Network, si è spinta oltre, con l’anchorman di punta che durante la nottata elettorale mal celava disagio e imbarazzo.

Poi c’è lo star-system, da Cher a Robert De Niro passando per Madonna, la cui promessa di organizzare sedute di sesso orale per gli elettori di Hillary non ha evidentemente sortito l’effetto sperato.

Perfino sul fronte della timida Europa, abituata a tenere un atteggiamento pilatesco financo per le votazioni nei condomini bulgari, è riecheggiato lo sdegno. Jean-Claude Juncker ha mostrato il pollice verso a nome dell’Unione: “rischiamo di perdere due anni aspettando che Donald Trump termini di fare il giro del mondo che non conosce” ha tuonato il presidente della Commissione. Una bocciatura preventiva e spocchiosa, un pregiudizio nel senso letterale del termine.

Peste lo colga, gridano i media. “U-S-A! U-S-A!” scandiscono i suoi sostenitori. Ed è in questo cortocircuito stridente fra ciò che è socialmente accettato e ciò che è politicamente condiviso che si sta consumando il dramma di un’informazione militante, distante e autoreferenziale. Il risultato sono le imprecazioni dei sondaggisti, ultimi giapponesi di una scienza immeritatamente derisa.

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