in stampa e informazione

Regola base: se non hai lettori, muori

unitàMentre La Stampa e il Secolo XIX ratificano un’alleanza editoriale, dando così vita ad una società – la Italiana Editrice – che tenterà di fronteggiare i colossi della carta stampata, l’Unità, lo storico quotidiano fondato da Antonio Gramsci, rischia definitivamente di chiudere i battenti.

Naturalmente quando un’impresa salta è sempre una brutta cosa, vieppiù per i lavoratori che ad essa hanno dedicato tempo ed energie. Ad ogni modo, la fine delle pubblicazioni è un’eventualità possibile, un rischio sancito dal mercato allorquando si decide di dar vita ad un prodotto editoriale.

Questo dato banale è stato puntualmente ignorato dai corifei del pensiero radical-chic. Si è detto da più parti che l’Unità non può chiudere perché in una società democratica il pluralismo dell’informazione non dev’essere trattato come una merce comune. E qui casca l’asino: nei circoli buoni, nella Repubblica di Salotto, si pretende di tenere in vita testate a dispetto del parere dei lettori, operazione ridicola e tendenzialmente nociva per il contribuente, chiamato a versare un obolo in più per una causa in cui nessuno sembra credere.

L’affermazione del gruppo Espresso-Repubblica ha profondamente mutato gli equilibri nel settore. Quotidiani quali l’Avanti, l’Unità, il Manifesto e Paese Sera hanno registrato dapprima un crollo verticale delle vendite e subito dopo una marginalità concettuale. In altri termini, il trionfo di Scalfari ha eroso il potenziale critico di queste testate, che hanno assistito impotentemente alla nascita di un gigante simile al Saturno di Goya, ossia pronto a divorare i suoi figli. E’ il mercato, bellezza.

Posti innanzi alla sfida di rinnovare grafica e contenuti, di svecchiare per non svernare, questi giornali hanno miseramente fallito, ancorati com’erano ad un modo di fare informazione tardo-novecentesco. Nel frattempo nuovi attori sono apparsi sulla scena, penso al Riformista di Polito o a Pubblico di Telese, fogli che – pur mostrando un certo dinamismo, un’encomiabile vivacità culturale – hanno costantemente faticato nel trovare una platea di riferimento che ne sposasse stabilmente la causa, spegnendosi poco per volta.

Insomma, se l’editoria è in crisi, quella impegnata sulla rive gauche è praticamente in coma. Non a caso si rilevano da anni battaglie contro i mulini a vento, sfide lanciate contro le istanze di fallimento quasi si trattasse di uno stabilimento Fiat come quello di Termini Imerese.

Di più: lo spettacolo inscenato rivela l’ignoranza e l’arroganza di chi predica il rilancio. Parlano, lor signori, d’indipendenza a rischio, proprio mentre attaccano Renzi per non aver tutelato un “patrimonio comune”. Renzi, ossia il Presidente del Consiglio dei Ministri, nonché leader del partito di cui sono stati ufficialmente organo di stampa: alla faccia dell’indipendenza!

Rifiutano, peraltro, qualsiasi compromesso: l’idea di abbattere i costi creando un giornale online non li sfiora nemmeno. E mentre urlano e si dimenano in beata solitudine, ché i lettori – a differenza degli intellettuali engagé – da tempo li hanno abbandonati, giudicano incresciosa la posizione scettica espressa da chi non solidarizza con loro.

Come da tradizione: prevalga la massa e il pensiero unico, le critiche individuali finiscano fra le eresie. A Gramsci!

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