in politica italiana

I luoghi comuni sul referendum del 4 dicembre e l’analisi dei fatti. Per non farsi fregare dai talk show…

I punti chiave della riforma costituzionale li ho affrontati in un apposito eBook, in vendita su Amazon e negli altri store al prezzo di un caffè. Vagliando i documenti parlamentari prodotti nel corso dei lavori in Aula, ho cercato di spiegare come potrebbe cambiare il paese qualora il 4 dicembre prevalesse il “sì” nell’urna referendaria.

Con lo stesso spirito critico, e nell’intento di offrire un supporto in più, ho deciso in questo post di analizzare i roboanti spot della campagna in corso, una battaglia lunga ed estenuante come ha rilevato il direttore del Corriere della Sera.

Per compiere una scelta consapevole è necessario essere informati: da qui la decisione di valutare la veridicità di alcune frasi ricorrenti, recitate sul piccolo schermo dagli attori dei due fronti con lo scopo di drammatizzare il conflitto politico.

Nella classificazione dei singoli temi trattati, e nel giudizio di valore che ne verrà fuori, ricorrerò pertanto a uno schematismo semplificativo, distinguendo le affermazioni in vere o false. Entriamo nel merito.


– “LA RIFORMA FARÀ RISPARMIARE AI CONTRIBUENTI 500 MILIONI DI EURO” | Falso.

I costi della politica sono tornati al centro della scena: il malcontento dell’elettorato ha spinto le forze della maggioranza a concentrarsi su questo aspetto per dimostrare agli elettori come, in caso di vittoria del “sì”, la macchina pubblica andrà incontro a una profonda revisione, un intervento destinato ad alleggerire le voci di spesa.

I 500 milioni che lo Stato dovrebbe risparmiare sarebbero così ripartiti:

  • 300 milioni verrebbero dall’abolizione delle Province;
  • 119 milioni dalla riorganizzazione del Senato;
  • 36 milioni dai tagli agli stipendi dei consiglieri regionali;
  • 36 milioni dall’abolizione dei rimborsi per i gruppi regionali;
  • 9 milioni dall’abolizione del CNEL.

Le stime offerte dal capo dell’Esecutivo appaiono a dir poco ottimistiche.

Le casse provinciali

La previsione di risparmio che lo Stato otterrebbe dall’addio alle Province non trova riscontri nelle valutazioni della magistratura contabile: secondo la Corte dei Conti l’eventuale adozione della riforma frutterebbe, al più, una cifra oscillante fra i 100 e i 150 milioni di euro per il taglio degli enti menzionati. Non sono spicci, per carità, ma nemmeno i lingotti promessi. Il Governo si è mosso in una terra di nessuno per ricavare quel dato, probabilmente valutando in maniera disastrosa l’autonomia finanziaria riconosciuta alle Giunte Provinciali.

I tagli al Senato

Sul Senato il discorso si fa più complesso: l’Esecutivo conta di risparmiare 42 milioni dalle indennità degli eletti, 37 dai rimborsi, 20 dai trasferimenti ai gruppi parlamentari e altri  20 per il finanziamento della macchina di Palazzo Madama. Se il primo risparmio è certo, gli altri sono ancora una volta ritoccati verso l’alto.

Il Senato non verrà chiuso dall’oggi al domani: in Aula resteranno 95 rappresentanti delle regioni, dunque – con tutta la buona fede del caso – la scure di Palazzo Chigi non potrà mai portare a un risparmio del 100% sui rimborsi riconosciuti finora. E se con un lavoro certosino sui regolamenti si potrà tentare la maxi-operazione sui trasferimenti ai gruppi parlamentari, è difficile immaginare che i precari di Palazzo Madama potranno essere messi alla porta nel giro di sei mesi.

CNEL, rimborsi, indennità

Sul CNEL l’Esecutivo è puntuale e altrettanta precisione si scorge nella stima sul risparmio derivato dai rimborsi ai gruppi regionali.

Sul taglio degli stipendi dei consiglieri-senatori, invece, Palazzo Chigi si è avventurato nell’ennesima previsione scanzonata. La riforma costituzionale, infatti, potrà valere per le regioni a Statuto speciale soltanto se, passato il referendum, verranno stipulate analoghe intese relative ai rappresentanti dei territori interessati. Non si parla nemmeno di un “adeguamento” degli Statuti di Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige, ma di un accordo di là da venire, i cui termini andranno concordati in futuro.

– “NON VOTEREMO PIÙ I SENATORI: VERRANNO SCELTI DAI PARTITI” | Falso.

La riforma costituzionale trasforma il Senato nel teatro delle rappresentanze territoriali. Esso dovrà concorrere alla funzione legislativa in qualità di organo di raccordo fra lo Stato, gli enti costitutivi della Repubblica e l’Unione Europea.

Ora, nell’ultima tornata elettorale gli italiani hanno scelto i propri rappresentanti al Senato affidandosi a liste bloccate. Prima che l’incostituzionalità del Porcellum fosse sancita dalla Corte, nessuno ebbe da eccepire. Si pensò, semmai, di colmare il gap democratico con primarie fittizie, organizzate da quelle associazioni private che per comodità definiamo “partiti” o “movimenti” (si pensi anche alle parlamentarie del M5S).


I consigli regionali, spesso giustamente vituperati per la presenza al loro interno di eletti dalla condotta assai poco onorevole, pur con tutti i limiti del caso vantano una composizione democratica certa, essendo l’elezione frutto del consenso raccolto dal singolo candidato nelle circoscrizioni in cui si è presentato.

Non si capisce bene perché, allora, un Senato di nominati dai partiti dovrebbe possedere maggiore autorevolezza rispetto a un Senato di “nominati” dalle istituzioni territoriali, queste ultime sì democraticamente elette dalla società civile.

– “L’ARTICOLO 70 DELLA COSTITUZIONE È PIÙ COMPLESSO RISPETTO AL PASSATO” | Vero.

La precedente formulazione del suddetto articolo affidava la funzione legislativa alle due Camere che avrebbero dovuto esercitare tale competenza collettivamente. Con l’adozione della riforma si supera il bicameralismo paritario o perfetto e la Camera dei Deputati assurge a un ruolo preminente nella formazione delle leggi e nel controllo dell’indirizzo politico dell’Esecutivo.

Dovendo distinguere i campi d’azione dei due rami del Parlamento, l’Esecutivo ha dovuto necessariamente dilungarsi nella formulazione del nuovo dettato dell’articolo 70, ricorrendo a numerosi tecnicismi per evitare potenziali conflitti di competenza fra Camera e Senato. Lo stile non è felice, ammesso che la Costituzione debba essere un testo elementare alla portata di tutti.

– “IL COMBINATO DISPOSTO È UNA MINACCIA PER LA DEMOCRAZIA” | Falso.

La legge elettorale NON rientra nella Costituzione. La cortina di fumo attorno all’Italicum ha ulteriormente confuso l’opinione pubblica. Le leggi elettorali sanciscono le regole del gioco politico e sono stabilite dagli attori che competono nell’urna per disciplinare il rinnovo delle Camere: rispondendo allo spirito dei tempi, pertanto, esse non possono essere inserite nella Carta Costituzionale.

Dell’Italicum si può pensare il peggio, anche con una certa disinvoltura, ma sostenere che il premio di maggioranza riconosciuto a una lista sia di per sé un pericolo per l’equilibrio dei poteri è anacronistico oltreché fuorviante.

Zagrebelsky ha spiegato bene la sua visione della società moderna: Camera e Senato hanno il compito di controllare il Governo e di controllarsi l’un con l’altra. In questa gabbia di veti il diritto dell’Esecutivo di stabilire le linee guida per il paese è sacrificato a un perenne confronto, un’estenuante trattativa considerata per definizione il sale della democrazia.

Ma una democrazia in cui si discute sempre e si prendono pochissime decisioni, vagliando perlopiù provvedimenti in ossequio ai regolamenti comunitari, è una democrazia zoppa, con buona pace di chi grida alla dittatura. Di più: il dibattito sterile si traduce spesso in una maggiore distanza fra paese legale e paese reale, coi bisogni della società civile frequentemente disattesi. Questo cortocircuito è sì un pericolo per la democrazia: nella storia europea più volte instabilità sistemica ed Esecutivi fragili hanno permesso inquietanti affermazioni personali da parte di leader autoritari, generando esiti nefasti.

Consentire alla minoranza di vigilare e denunciare gli abusi dell’Esecutivo è una priorità vitale per la Repubblica; dare a essa il potere di paralizzare il paese no.

– “CON L’ITALICUM CHI VINCE LE ELEZIONI POTRÀ SCEGLIERSI DA SOLO IL PROPRIO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA” | Falso.

Tenuto in considerazione quanto detto sopra – e quindi l’assurdità di giudicare una riforma costituzionale di ampio respiro sulla scorta di una legge elettorale di breve durata – i numeri, ancora una volta, ci raccontano la verità.

Un gruppo parlamentare dev’essere formato da almeno venti onorevoli. La maggioranza alla Camera deve basarsi sul consenso di almeno 316 deputati. L’Italicum attribuisce un premio di maggioranza a chi vince le elezioni pari al 54%: consente, cioè, alla forza politica prevalente di beneficiare di 24 deputati in più a Montecitorio. Si arriva, pertanto, a quota 340.

Ora, il presidente della Repubblica – con l’adozione della riforma – viene votato dai due terzi dei membri del Parlamento nelle prime tre chiamate. Successivamente la soglia si abbassa ai tre quinti degli eletti, per assottigliarsi definitivamente dalla settima elezione in poi, attestandosi ai tre quinti dei presenti.

Fino alla terza votazione servono quindi 487 voti a supporto di una candidatura. Tra la terza e la sesta ne servono 438. Se diamo per buoni i 340 voti della maggioranza, servono ancora 98 fra deputati e consiglieri-senatori per raggiungere il quorum necessario.

A meno che l’opposizione non diserti i lavori dalla settima votazione in poi, l’impasse non solo non è scongiurata, ma è un’ipotesi quasi certa in assenza di un accordo politico con parte della minoranza.

– “UN PARLAMENTO ILLEGITTIMO NON PUÒ MODIFICARE LA COSTITUZIONE” | Falso.

La sentenza con cui la Corte Costituzionale tacciava d’illegittimità il Porcellum preveniva obiezioni di siffatta natura, evidenziando come l’annullamento delle norme censurate avrebbe prodotto “i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale”. La proclamazione degli eletti ha sancito, Costituzione alla mano e giurisprudenza al suo fianco, la legittimità del Parlamento a operare con pieni poteri. Sostenere il contrario significa sostenere che la Costituzione contenga, al suo interno, dei meccanismi di garanzia inefficienti che ne minano la credibilità complessiva. Non male per i cultori della “Costituzione più bella del mondo”.

Va infine notato come, in una repubblica parlamentare, appellarsi all’illegittimità di un “Governo mai eletto dal popolo” per proibire al potere Esecutivo di riformare alcunché sia una sgrammaticatura imbarazzante.

– “I PARLAMENTARI NON HANNO VINCOLO DI MANDATO, FARANNO SEMPRE IL SALTO DELLA QUAGLIA” | Falso.

Questa argomentazione è di per sé un capolavoro. Intanto va precisato che il vincolo di mandato attualmente non esiste: ogni parlamentare rappresenta la nazione, per cui può tranquillamente cambiare gruppo rimanendo fedele al mandato ricevuto dai propri elettori. Votando sì o no, confermate il medesimo impianto.

Tale vincolo durante i lavori della Costituente non fu contemplato per garantire l’indipendenza degli eletti, garanzia che viene oggi confermata e che trova nuove ragioni nella definizione del Senato delle autonomie. A Palazzo Madama non si formeranno gruppi parlamentari dei partiti, ma gruppi regionali. Poiché l’interesse nazionale viene prima di tutto, contemplare un vincolo di mandato avrebbe voluto dire forzare le regole: per esempio un parlamentare siciliano avrebbe dovuto conformarsi al voto dei colleghi isolani anche in presenza di un disegno pessimo, pena le dimissioni obbligate. Un’ipotesi a dir poco surreale.

– “CON LA RIFORMA SARÀ IMPOSSIBILE ORGANIZZARE UN REFERENDUM” | Falso.

La disciplina del referendum abrogativo non subirà significative alterazioni: la possibilità di convocare gli elettori su una legge o su un atto avente forza di legge presentando 500.000 firme resterà invariata. Ai richiedenti potrà essere riconosciuto un diritto in più: quello di raccogliere un maggior numero di firme, 800.000, per evitare i rigidi vincoli del quorum. Nel qual caso per rendere il referendum valido non servirà la partecipazione del 50% + 1 degli aventi diritto al voto, ma basterà quella del 50% + 1 dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei deputati.


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