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Nemmeno la morte di Jacques Hamel ha svegliato le intorpidite coscienze europee: il ritornello “l’islam non c’entra” è tornato alla ribalta

Due bruti entrano in una chiesa e prendono in ostaggio il parroco di ottantasei anni mentre sta officiando la santa messa. Innanzi ai fedeli presenti, giovani o vecchi che siano, decidono di sgozzare il sacerdote, invocando la benedizione di Allah sulla caccia agli infedeli. Siamo davvero sicuri che l’islam non c’entri?

Papa Francesco, nella giornata di ieri, ha espresso i suoi convincimenti in questa direzione, riducendo la portata dell’attentato terroristico avvenuto in Normandia e circoscrivendo l’evento a una follia omicida dettata da “violenza assurda“. Sulla stessa lunghezza d’onda si è sintonizzato il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, che ha esortato i credenti a non lasciarsi “coinvolgere nel gioco politico” dell’Isis, laddove l’organizzazione di Al-Baghdadi mira palesemente a “mettere uno contro l’altro i figli di una stessa famiglia”. A fare le spese di questo gioco politico è stato il povero prelato di Saint-Etienne-du Rouvray, Jacques Hamel, aggredito e assassinato con modalità efferate.

La stessa “violenza assurda”, stigmatizzata dalle alte gerarchie vaticane, nel recente passato si è abbattuta sulle chiese cristiane dell’Africa e del Medio-Oriente, coi miliziani del Califfato, gli uomini di Boko Haram, i pretoriani di Al Qaeda che hanno adempiuto scrupolosamente la propria missione stragista. Talvolta i più zelanti hanno deciso chi risparmiare sulla base della conoscenza del Corano, per fugare ogni dubbio sulla matrice religiosa delle loro gesta. Due indizi non fanno una prova?

Per il capo della Chiesa Cattolica evidentemente no. Intendiamoci: nessuno invoca una nuova crociata contro i musulmani e immaginare il Pontefice alla guida di un esercito europeo è tanto agghiacciante quanto surreale. Chiamare le cose col proprio nome, però, corrisponde a quell’esercizio di verità che qualunque uomo di fede dovrebbe compiere, non soltanto nel privato della sua coscienza.

Ai cattolici si chiede di non abiurare il proprio credo per timore degli attentati, ma quando essi diventano martiri – nel senso letterale del termine – sono presentati soltanto come vittime innocenti, mentre la retorica diplomatica incede in un triplo salto carpiato per evitare di riconoscere la mano degli assassini.

Tahar Ben Jelloun, sulle colonne di Repubblica, rivolgendosi ai devoti di Maometto è stato meno diplomatico.

«Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che “questo non è l’Islam”. Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l’Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l’Islam – o piuttosto – se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l’Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l’Islam dalle grinfie di Daesh».

Sarebbe bastata quest’ultima frase, un appello ai fratelli islamici per liberare la propria fede dalle grinfie dell’Isis, per fotografare la situazione. Ma il timore di una rappresaglia a Raqqa, Aleppo o Mosul fa premio su tutto. La Santa Sede teme che le parole del Papa possano essere distorte e strumentalizzate per invocare una guerra santa. Come se dall’altra parte avessero bisogno di un pretesto.

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