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Ruhollah Saviano: la fatwa contro Boschi

Roberto Saviano

Roberto Saviano

Quando si racconta la vita di un Santo si rischia di sconfinare nell’agiografia. Chi tira con austerità le fila del racconto, senza incedere nei miracoli ma analizzando laicamente le opere dell’uomo, viene spesso tacciato di miscredenza. Ecco: ogni volta che Roberto Saviano scrive un editoriale di carattere politico si è sempre portati a discutere non del contenuto delle sue obiezioni, ma dell’autorevolezza della fonte, in un viaggio a ritroso nel tempo che affonda le radici nella lotta alla camorra. Eppure Saviano di strafalcioni ne ha commessi molti in questi anni, primo fra tutti il tentativo di correlare le dimissioni di Benedetto XVI alle manovre elettorali del centro-destra in vista delle regionali. Una sciocchezza, scriviamolo apertamente, che avrebbe perseguitato qualunque altro opinionista, ma che è stata accolta con somma indulgenza dal tribunale dell’opinione pubblica.

Il suo recente articolo sul salva-banche e sul ruolo ombra del Ministro Boschi, toccata dal sospetto del conflitto d’interessi, ha acceso gli animi senza in effetti aggiungere alcunché alla cifra del dibattito. Saviano evita di ripercorrere, nella sua ricostruzione, le tappe centrali della vicenda e non entra nel merito dei provvedimenti varati dal Governo. Così facendo non offre al lettore alcun metro di giudizio sui temi caldi: le misure sono giuste? Si poteva operare diversamente ex post? E la vigilanza della Banca d’Italia ha mostrato falle imputabili ai vertici dell’istituzione?

Soltanto se si affrontano preliminarmente queste questioni si può passare alla fase due, quella del dibattito conflittuale, quella che porta a muoversi nell’intricata rete finanziaria della Banca Etruria per acclarare eventuali responsabilità imputabili al papà del Ministro delle Riforme. Se, infatti, l’Esecutivo ha battuto l’unica strada percorribile a scandalo scoppiato, l’idea che ciò possa essere stato fatto esclusivamente per mettere in salvo un familiare del “giglio magico” lascia il tempo che trova, inquina i pozzi senza nulla aggiungere alla verità del racconto.

Nel tentativo di Saviano di slegare il dettato dei provvedimenti disposti dal MEF rispetto al dubbio amletico sulla rettitudine morale di Boschi c’è molta malizia. E poco cambia, ai fini della storia, la pappardella trita e ritrita sugli anni della gloriosa resistenza a Berlusconi, l’invito ai giornalisti – anche questo opinabile – non ad essere oggettivi nei confronti del potere ma a guardarlo sempre e comunque come un nemico, a prescindere dai fatti. E’ un modo di fare giornalismo estremamente partigiano, non nel senso nobile del termine ma in un’accezione marcatamente faziosa. Anche perché la conclusione logica di una simile impostura è quella di credere alle balle che provengono dalla galassia azionista: ho il massimo rispetto per la memoria di D’Avanzo, giornalista eccelso venuto a mancare prematuramente, ma sostenere che le dieci domande rivolte al Cavaliere abbiano inchiodato chicchessia vuol dire non vivere nel paese reale, ma in un’Italia multicolor mai esistita.

Ricorda, Saviano, che Berlusconi è stato assolto dai procedimenti che lo esposero al pubblico ludibrio sulla scorta di quella campagna stampa? Per chi crede nel valore della legalità, vivendo a stretto contatto con le forze dell’ordine e avendo fondato la sua carriera letteraria su denunce di fatti incontrovertibili, per un intellettuale così – dicevo – la verità giudiziaria ha ancora un peso? Spiace dover scomodare la memoria di Giovanni Falcone, ma se invocare trasparenza è sempre legittimo, rammentare come la cultura del sospetto non sia un precetto democratico ma l’anticamera del khomeinismo è un dovere cui non si può ovviare. Specie se si pretende di fare informazione.

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