in economia, politica italiana

Salva-banche, l’ottusità di chi chiede lo scalpo della Boschi

Uno scatto ai membri del Governo Renzi durante una seduta parlamentare

Uno scatto ai membri del Governo Renzi durante una seduta parlamentare

Ragionare a bassa voce, mentre leghisti e pentastelluti fanno baccano in Transatlantico o nei talk show, è un’operazione complicata, ma dev’essere tentata da qualunque osservatore intellettualmente onesto. Al netto della retorica salviniana, tutta tesa ad attribuire a Renzi qualsiasi suicidio – passato o futuro – orchestrato da sciagurati risparmiatori italiani, nessuno affronta il nodo gordiano alla base del decreto salva-banche, quello che determina una discriminante fra i parolai dell’antipolitica e chi esercita legittimamente un’opposizione dura e precisa.

Ammettiamo che il Governo abbia sbagliato tutto, che l’ombra di un gigantesco conflitto d’interessi abbia pregiudicato la lucidità dell’Esecutivo annebbiandone la capacità di giudizio. Come si sarebbe dovuto muovere Padoan in alternativa? E’ questa la domanda cruciale, quella che consente di separare il grano dal loglio, vale a dire l’obiezione lucida dall’idiozia strumentale.

L’Esecutivo avrebbe potuto battere tre vie alternative, sintetizzate magistralmente da un articolo apparso su Formiche: la prima era quella di un intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd), operazione tecnicamente irrealizzabile perché si sarebbe potuto configurare quell’aiuto di Stato su cui l’Europa si è mostrata – e a ragione – doverosamente intransigente; la seconda via, quella meramente economica, avrebbe portato alla liquidazione degli istituti coinvolti, con tutto ciò che ne consegue in termini pratici (muoia Sansone con tutti i filistei vuol dire mettere una croce sulle sorti degli azionisti, sui conti correnti delle imprese, sui risparmiatori e sui lavoratori delle banche); la terza via era quella dell’appello ai privati, ovverosia l’invito esplicito rivolto agli istituti sani, sollecitati a farsi carico dei debiti prodotti dalle realtà fallimentari. Un’operazione, quest’ultima, non soltanto di difficile attuazione, ma che rischiava di produrre un precedente pericoloso, di là dal possibile effetto-contagio.

Se esistono altre opzioni credibili, cioè vie che non si discostino dai dettati comunitari e non incidano sulla spesa pubblica, in Parlamento se ne poteva e se ne può tuttora discutere. Il tono del dibattito, però, è trasceso nella polemicuzza sulla famiglia Boschi, una bega utile a raccattare link virali sui social network, con buona pace della complessità insita nell’azione di governo.

Su questa pericolosa china si è avventurato anche il centro-destra, o ciò che ne rimane. Il refrain è inesorabilmente lo stesso: il premier non ha mai vinto le elezioni, è un golpista, ha tramato nell’ombra carpendo la buona fede del Nazareno, ha occupato ogni scranno istituzionale, ha vinto delle primarie taroccate e governa con metodi dispotici pretendendo di cambiare la Costituzione da solo. Un leitmotiv costante che consente a chi sta dall’altra parte della barricata di accusare il ministro delle Riforme di conflitto d’interessi: incriminazione curiosa, considerando il patrimonio di leggi ad personam consegnate in dote da Berlusconi ai suoi successori.

E qui si arriva d un’obiezione financo banale: ma se Renzi avesse avuto qualcosa da nascondere, avrebbe davvero chiesto una commissione parlamentare d’inchiesta? L’ex sindaco di Firenze sa già che nel medio periodo le accuse di questi giorni si riveleranno un boomerang per i suoi critici. Nel frattempo si sta portando avanti col lavoro: mettendo in agenda una sostanziale revisione dei poteri e delle competenze delle autorità di garanzia, Renzi risponde sì ad un’esigenza primaria, ma si candida a mettere i fedelissimi nei posti chiave. Col tacito consenso di un’opposizione che è troppo concentrata sul proprio ombelico per capire in che direzione sta andando il Pd.

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