in politica italiana

La conferenza programmatica viene prima o dopo il congresso? Cosa c’è dietro la spaccatura dem…

Con una nota congiunta consegnata alla stampa nel tardo pomeriggio di ieri, la minoranza del Pd, salvo ripensamenti dell’ultima ora, ha annunciato la scissione. Roberto Speranza, Ernesto Rossi e Michele Emiliano hanno puntato l’indice contro il segretario uscente – Matteo Renzi – accusato di aver accolto con freddezza le istanze critiche espresse dalla base.

È soltanto l’ultimo capo d’accusa rivolto all’ex sindaco di Firenze, reo di aver trasformato il partito in una realtà neocentrista. Inseguendo il blairismo con vent’anni di ritardo, Renzi avrebbe promosso da Palazzo Chigi una serie di misure inconcludenti o nocive agli occhi dei vecchi militanti (dal Jobs Act alla Buona Scuola), regalando voti alle forze populiste.

Congresso o conferenza?

Lo strappo finale, dicevamo, sarebbe stato causato però dalla volontà della direzione di forzare i tempi del confronto interno andando subito a Congresso.

Stando alle richieste avanzate durante l’Assemblea Nazionale dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, Renzi avrebbe dovuto organizzare prima una conferenza programmatica per evitare la frattura. Soltanto dopo quell’appuntamento, una volta definito il senso dello stare insieme attorno a un progetto chiaro, il PD avrebbe potuto ritrovare coesione e forza.


Per i renziani la possibilità di convocare un congresso nei tempi stabiliti dallo statuto era invece l’unica opzione sul campo: se esistono piattaforme alternative all’interno di una realtà – ammonivano Guerini e gli altri deputati vicini all’ex premier da diversi giorni – è giusto chiedere all’elettore quale sia la visione in cui si riconosce.

Il punto della discordia, pertanto, non era l’opportunità o meno di una conferenza programmatica in sé, ma i tempi in cui svolgere l’iniziativa.

Il fattore temporale

Se la conferenza avesse preceduto il congresso, come auspicato dalla minoranza, il lavoro di sintesi fra le diverse linee strategiche del Pd sarebbe stato condotto sulla base del peso delle correnti, non sui voti raccolti fra gli iscritti. Una proposta irricevibile per il segretario uscente, determinato a non farsi logorare per altri due mesi e deciso a misurare la credibilità delle proposte in campo non “coi ragionamenti attorno al caminetto” ma sulla base dei numeri. La mediazione è fallita dunque non per limiti culturali, ma per questioni procedurali, come hanno rilevato quasi tutti gli osservatori.

Renzi, cui viene rimproverata una scarsa conoscenza dei vecchi riti di Botteghe Oscure, ha ripescato le regole d’ingaggio del centralismo democratico. Ciascuno esprime le proprie idee, si vota e chi perde si adegua. Ma se prima del 4 dicembre una simile impostazione, a carattere maggioritario, sembrava legittima e in certa misura perfino obbligata, la svolta proporzionale a seguito del referendum ha cambiato il clima.

È il proporzionale, bellezza

La minoranza non ha ancora organizzato una piattaforma alternativa, né ha raccolto adesioni sul territorio. Fuori dal linguaggio felpato della Prima Repubblica, gli amministratori locali pronti ad abbandonare l’ex premier sono ancora troppo pochi. Anche per questo andare a congresso ora, in una posizione di debolezza, con un manipolo di cinquanta deputati sarebbe stato per Bersani & c. un mezzo suicidio. Dopo l’assise e la proclamazione del nuovo corso, il Governo Gentiloni potrebbe esaurire la sua funzione e spetterà a chi vincerà il congresso indicare i capilista col seggio sicuro per la prossima legislatura. Quello è il vero banco di prova.


La creazione di una forza nuova risponde a esigenze di rappresentanza: la condivisione del potere, invocata dagli oppositori di Renzi, si è scontrata finalmente con la logica della rottamazione.

Il bisogno espresso della società di riconoscersi in un progetto che sia davvero di sinistra è soltanto il pretesto usato nel discorso pubblico. Prova ne sia la presenza di una galassia di sigle che si dichiarano a vario titolo depositarie della “tradizione rossa”: da Fassina a Fratoianni, da Civati a Vendola, da Pisapia al tridente Speranza-Emiliano-Rossi, chi cerca un posto al sole della Terza Repubblica si muove in un campo circoscritto e conteso, fin troppo affollato.

Massimo D’Alema, in tempi non sospetti, ebbe a dire che l’Italia è un paese culturalmente conservatore, eppure lo sfondamento al centro del Pd dieci anni dopo il Lingotto è diventato il problema per eccellenza, quasi la scissione potesse celare il tentativo della “ditta” di recuperare l’autonomia perduta e il controllo delle leve di comando.

Il paese prima di tutto

Ci si dimentica, in questo frangente, due dati di contesto non esattamente marginali: 1) se la rottura è umana, a bocce ferme sarà difficile ricucire i rapporti in nome della stabilità, specie considerando come in campagna elettorale i compagni dell’una e dell’altra parte se le daranno di santa ragione, cercando di fagocitare i vecchi sodali; 2) con le modifiche all’Italicum disposte dalla Corte Costituzionale difficilmente Mattarella potrà esimersi dal concedere un mandato esplorativo al partito che raccoglierà più voti. Questo crea le premesse per un’ipotesi di Governo a 5 Stelle nella prossima legislatura, con una legittimazione del cosiddetto “fronte sovranista” (Lega + Fdi + Alemanno e Storace + forzisti alla Brunetta) che potrebbe offrire il proprio supporto esterno a un candidato grillino.

Il rischio, insomma, è che il partito “della responsabilità” si ritrovi diviso e all’opposizione: una fine assai ingloriosa per chi guida, almeno sulla carta, la delegazione parlamentare dei socialisti europei.

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