in politica italiana

La Cosa Rossa dovrebbe riproporre l’antica distinzione fra Ppi e Ds. A sinistra, però, il traffico è intasato: Fassina, Civati e la minaccia Pisapia

Nella giornata di ieri l’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha presentato il progetto politico del “Campo Progressista”, il movimento sorto alla sinistra del Pd che aspira ad instaurare un rapporto costruttivo con l’establishment renziano. Il minimo comune denominatore della nuova partnership elettorale dovrebbe essere un programma condiviso, che consenta di spostare l’asse politico del Governo dispensando Alfano e Verdini dal ruolo di interlocutori privilegiati.

Lo scetticismo della minoranza

Il progetto di Pisapia è seguito con interesse anche dalle correnti ostili all’ex premier. Ufficialmente all’avvocato milanese è riconosciuto il merito di voler intercettare il disagio espresso dalla base, incanalando il malessere in una prospettiva “responsabile”. Al netto dei salamelecchi, però, il Campo Progressista rimane un’incognita potenzialmente minacciosa: il consenso di questo fantomatico soggetto intaccherebbe direttamente i progetti della ditta, determinata a portare a termine la scissione per dar vita alla Cosa Rossa.


Andate e moltiplicatevi

Gli spazi per nuove mediazioni in seno al Pd sono ormai sottilissimi e le speranze di chi tenta di scongiurare una frattura – Andrea Orlando e Maurizio Martina – sono appese a un filo. Perfino Matteo Orfini, un tempo elemento di garanzia fra le opposte correnti, ha smesso di cercare una soluzione compromissoria ad ogni costo. Come ha scritto Pierluigi Battista, si tratta probabilmente di “una insanabile frattura psicologica prima ancora che politica, una reciproca ostilità antropologica, la fine radicale di ogni più elementare senso di comunità”.

A pesare è soprattutto il profumo di proporzionale che si diffonde nelle stanze del Transatlantico e che fa vedere lo scenario complessivo sotto una luce diversa, in una nuova prospettiva.

Cos’è cambiato rispetto al passato?

I sofferti addii di Stefano Fassina e Pippo Civati (ora pro nobis) hanno illustri precedenti. Cesare Salvi e Fabio Mussi, per non andare troppo lontano nel tempo, erano fermamente convinti di essere i soli depositari di una tradizione identitaria forte, tradita dai blairisti della prima ora e dai convertiti al verbo socialdemocratico. Sparirono nell’arco di un mattino.


L’errore tattico era evidente: finché la vita politica del paese si articolava su un’asse bipolare, era fondamentale trovare le ragioni per stare insieme, per condividere un percorso d’unità, pena la sterilità di ogni ragionamento, il confino sul piano delle idee. Con l’ascesa di Grillo e con la prematura dipartita del Mattarellum il quadro è radicalmente cambiato. Da qui la tentazione delle ultime settimane: sganciarsi, spiegare le vele, avventurarsi in mare aperto, esasperare la conflittualità e porre fine a ogni contraddizione.

Sarà quel che sarà

Se la fortuna decidesse di assistere gli audaci, D’Alema & c. potrebbero incassare circa il 10%, interloquendo alla pari coi rottamatori e col sempiterno Cavaliere. La minoranza riproporrebbe così lo schema di una distinzione fra ex-popolari e diessini, che infiniti lutti addusse ai candidati premier dell’Ulivo.

Se invece lo scenario dovesse volgere al peggio, se cioè le urne premiassero la scissione con un magro 4%, potrebbe tornare in auge la vocazione bertinottiana: tagliare i ponti con la società contemporanea, andare sull’Aventino, fondare una sinistra orgogliosamente minoritaria che sappia però intestarsi battaglie di testimonianza.

Il problema è sempre lo stesso: così facendo le destre potrebbero dilagare e passare all’incasso. Cui prodest?

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