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Senza difese: così la Francia resta sempre sotto assedio

Il presidente francese François Hollande

Il presidente francese François Hollande

I tragici fatti di Parigi non potevano lasciare l’Eliseo inerte. Hollande, esercitando le proprie prerogative presidenziali, ha levato un monito nei giorni scorsi: la Francia è in guerra contro lo Stato islamico e conta di avere al suo fianco prima l’Europa e poi gli alleati della Nato. A fronte dei numerosi attestati di solidarietà provenuti da tutto il mondo occidentale, l’esponente del Partito Socialista d’oltralpe non sembra però aver raccolto grandi risultati sul piano operativo. Ai silenzi di Berlino si sono sommate le prudenze di Madrid, per non menzionare la ritrosia italiana all’intervento. La tesi è semplice: con le bombe non si risolve alcunché. Soltanto Cameron, in tal senso, ha incoraggiato la Francia a perseguire i suoi intenti.

Sulla falsariga delle osservazioni preponderanti nel Vecchio Continente, di là dall’Atlantico gli umori non sono stati difformi: Barack Obama ha chiarito la posizione degli Stati Uniti evidenziando che sì, la guerra al terrore è una guerra senza quartiere e dev’essere condotta con forza dalle democrazie liberali, ma no, la Casa Bianca non ritiene al momento l’offensiva sul campo un’opzione realmente valida.

L’idea di Obama è che la presenza di marines sul territorio potrebbe rivelarsi controproducente in quanto rischierebbe di estendere il contagio del conflitto agli Stati limitrofi. Se Abu Bakr al-Baghdadi, o chi per lui, varcasse i confini del Califfato per progettare attentati dalle realtà prossime alla Siria, cosa si dovrebbe fare? Si dovrebbe bombardare qualunque paese mussulmano, per il solo fatto che al suo interno potrebbero in teoria rifugiarsi pericolosi terroristi? Un’obiezione ragionevole, che risulterebbe più credibile se ciclicamente – durante il suo mandato – lo stesso Obama non avesse bombardato a giorni alterni il Pakistan, potenza regionale alleata accusata di ospitare al proprio interno delle enclave prima legate ad al Qaeda e poi all’Isis.

Il massacro siriano, perché di questo si tratta, si protrae ormai da anni e le responsabilità dell’Occidente sono evidenti, sebbene i media europei soffrano di uno strano strabismo: non si tratta di essere intervenuti a supporto di una o dell’altra cordata, ma dell’incapacità strategica di trovare degli interlocutori credibili in loco, soggetti capaci d’issare il vessillo della pace pur con una discreta vocazione militare, in antitesi alle interpretazioni capziose del Corano o alle pulsioni totalitarie di Assad. Mancano, cioè, gli attori in grado di conquistare le “nostre simpatie”, i protagonisti da formare come nuove leve del paese, eccezion fatta per i curdi e gli yazidi che rappresentano – loro malgrado – una rispettabilissima minoranza.

In tal senso, rispetto al mantra presidenziale del non intervento, va segnalato il cauto scetticismo di Hillary Clinton, che sembra propendere per un maggiore dinamismo delle truppe a stelle e strisce. Prendendo le distanze, di fatto, dalla linea seguita attualmente da Washington, l’ex Segretario di Stato ha rovesciato la clessidra esortando il Congresso a valutare attentamente l’evoluzione degli scenari mediorientali. L’idea, ventilata sotto campagna elettorale, è quella di “intensificare e ampliare gli sforzi di contrasto“. Una formula sufficientemente fumosa che consente all’esponente democratica di restare al fianco del Governo ma di criticarlo, di replicare alle accuse dei repubblicani senza acquiescenza, cioè senza remissività nei confronti di chi denunzia i disastri di una gestione “nobelistica” della politica estera.

Un agente della polizia francese la sera della tragedia al Bataclan

Un agente della polizia francese la sera della tragedia al Bataclan

Ad ora, però, l’unica strategia possibile per Hollande come per Obama è quella del bombardamento dall’alto, uno spartito già suonato dalle parti di Damasco e sulla cui utilità in molti sollevano dubbi. Secondo il Washington Post i danni arrecati dall’aviazione d’oltralpe sono minimi:

«Dopo più di un anno dall’inizio dei bombardamenti della coalizione guidata dagli Stati Uniti, lo Stato Islamico ha imparato a mettere al sicuro le sue armi, i suoi sistemi di comunicazione e i suoi miliziani: li nasconde in bunker fortificati o in aree residenziali con un’alta densità di popolazione».

Paradossalmente, perciò, la reazione muscolare di Parigi sta mostrando ulteriori crepe nella struttura di difesa dello stesso Stato europeo: se si eccettua la reazione emotiva, quella malsana e infantile voglia di scrivere sui razzi “From Paris with love“, la sterilità dei colpi inflitti dai mezzi aerei si profila come un’ombra inquietante sulla sicurezza collettiva dell’intera Comunità europea.

A ciò si aggiungono dati non proprio esaltanti: Abdelhamid Abaaoud, fatto secco durante il blitz a Saint-Denis, era a pochi chilometri dal Bataclan mentre l’intero establishment delle forze dell’ordine credeva che il latitante avesse già fatto fagotto e fosse tornato in Siria. Quest’ombra, perché l’Isis è un marchio in franchising (scusate se lo ripeto costantemente) e siamo noi che diamo peso e credibilità a singole cellule tentacolari, era stata coinvolta in almeno quattro dei sei attentati progettati in Francia dalla scorsa primavera. Come ha potuto realizzare l’eccidio della scorsa settimana senza essere braccato per tempo dai servizi o dalla polizia? Una spiegazione accurata l’ha fornita Giancarlo Elia Valori.

«La legge sulla “localizzazione delle reti terroristiche”, e siamo ancora al 2006, prevede di far attingere gli investigatori, anche senza l’immediato permesso dei magistrati, ai dati telefonici e della rete Internet relativi ai terroristi; mentre nel 2008 si è arrivati alla fusione tra la Dst, Direction de la Surveillance du Territoire e della Direzione Centrale delle Informazioni Generali. Nessuna delle due strutture, nella prassi e nelle normative francesi, è un vero e proprio Servizio segreto, né la Dst né l’altra direzione sono, per chiarirci, un equivalente del nostro Aisi. E, comunque, qui ci troviamo di fronte ad un vero e proprio paradosso: ci si occupa dei dati “vecchi”, che possono essere utilizzati rapidamente ed efficacemente dalle forze di polizia, ma ci si dimentica dei dati “nuovi”, quelli del reclutamento, della predicazione terroristica, della organizzazione coperta politico-religiosa che, purtroppo, anche in questa nuova configurazione legale rimangono tutelati dal permesso dei magistrati, che spesso non hanno tutti i dati a disposizione, nemmeno in Italia, peraltro».

E se già questo ritratto non è lusinghiero nei confronti dell’organizzazione statale di sicurezza, ciò che desta sconcerto sono gli effettivi in dotazione all’intelligence:

«Secondo gli ultimi dati, la Dcri, la già studiata Direzione Generale della Informazione Interna, ha a disposizione circa 3300 elementi, di cui 2500 operativi. Troppo pochi. Sono meno dei jihadisti operanti in Francia. Ma qui il vero problema è la sovrapposizione e l’interferenza tra Dcri e Dgse, il Servizio estero. Malgrado la struttura centrale di governo, che non tratta le questioni giornaliere, malgrado l’unificazione dei due Servizi interni, in Francia il Servizio estero non ha un collegamento strutturale con le azioni di repressione/informazione della Dcri sul territorio francese. Una falla strutturale gravissima, che è probabilmente all’origine del recentissimo fallimento dell’intelligence francese».

Se a questa ricostruzione, aggiungiamo la confusione, l’autentico cortocircuito fra le autorità chiamate a garantire l’ordine interno, ecco allora che il guazzabuglio è completo.

«Il fallimento dei servizi segreti francesi non sta nel fatto di non aver avuto sufficienti dati e informazioni ma di non aver agito di conseguenza e in base a quei dati e a quelle informazioni. Se la sorveglianza fisica era difficile da attuare a causa della mancanza di personale, il controllo delle loro comunicazioni avrebbe richiesto un lavoro differente e meno impegnativo. Come ha spiegato il direttore della CIA, John Brennan, dopo gli attentati di Parigi, i terroristi hanno perfezionato la loro capacità di segretezza nelle comunicazioni: ma il telefono cellulare ritrovato dopo l’attentato al Bataclan – e che ha portato la polizia all’appartamento di Saint-Denis – non era criptato. Le comunicazioni erano avvenute, almeno da quel telefono, attraverso un normale SMS».

La sicurezza collettiva dei francesi sembra minata all’interno dei confini nazionali. Non va meglio agli uomini e alle donne d’oltralpe residenti all’estero: stamane, in Mali, l’hotel Radisson blu di Bamako è stato letteralmente assediato da un commando d’islamisti, la cui militanza politica si collocherebbe – secondo le prime ricostruzioni – a metà strada fra al-Qaeda e Califfato. Obiettivo del gruppo: imporre un po’ ovunque la sharia.

All’interno della struttura si è subito segnalata la presenza massiccia di ostaggi francesi, un chiaro segnale intimidatorio indirizzato all’Esecutivo di Parigi e al suo rinnovato attivismo militare.

Occhio, però, a non lasciarsi abbindolare dal fatto che le offensive vengono condotte ai danni di realtà a noi vicine, quasi che l’Italia fosse su un altro emisfero. Superata la psicosi dei pacchi sospetti lasciati in metropolitana a Roma e a Milano, resta sullo sfondo il disegno di chi vuol distinguere gli uomini pii dagli infedeli: in Bangladesh un missionario italiano, padre Parolari, è stato raggiunto da colpi di pistola sparati ad altezza tempia. La mano che ha premuto il grilletto, manco a dirlo, era ancora una volta quella jihadista, determinata a cacciare “il crociato italiano” che si muoveva predicando l’apostasia.

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