in politica italiana

Tolte le ballerine, sono rimasti i nani (costituenti)

Probabilmente Mussolini esagerava allorquando affermava che “governare gli italiani non è difficile, è inutile”. Di certo, però, il duce non si discostava troppo dal vero. Dev’essersene accorto, in queste ultime settimane, anche il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, impantanato in Parlamento sulle riforme istituzionali.

E qui serve un esame di coscienza: abbiamo assistito a spettacoli indecenti, messi su da improvvisati istrioni che – pur assumendo un tono serio – riuscivano a malapena ad eguagliare l’acume di Bombolo. 1916d-renziblairPrendete Di Maio, ad esempio. Pentastelluto simpatico, bella presenza scenica e tempra meridionale: può mai sostenere, come deputato della Repubblica, che il governo ha “traccheggiato” sull’agenda, che se davvero l’Esecutivo avesse voluto procedere spedito, poteva ben dare per buone le sue proposte rilasciate al Corriere della Sera anziché chiedere un passaggio formale in Parlamento? Ma stiamo scherzando? Che razza di ragionamento sarebbe?

Ancor più surreale, oltreché diametralmente opposta, è parsa la verbosa posizione espressa da Sel: il partito di Vendola si è detto disposto a valutare le riforme, a patto che si affrontino prima i seimila – diconsi 6.000! –  emendamenti presentati al testo. Come a dire: sprechiamo una legislatura per discutere del nulla, domani (forse) ci pronunceremo.

Una democrazia funzionante è una democrazia efficiente, ove è garantito a tutte le forze in gioco il diritto di dire si o no rispetto ad una proposta. Le scelte d’indirizzo, però, spettano all’Esecutivo. Snaturare un provvedimento, logorando il ministro Boschi passo passo tramite una puntuale azione ostruzionistica, è quanto di meno democratico vi sia.

Di più: rischia di essere perfino controproducente. Perché le riforme di Renzi, figlie illegittime dello spirito dei nostri giorni, presentano delle storture evidenti, mancando un intervento risolutivo sul primo problema italiano: il federalismo.

Sì, perché con buona pace di Salvini il regionalismo nostrano non si è mai tradotto in una devoluzione dei poteri ispirata al principio di sussidiarietà, ma in una crescita esasperante degli sprechi, del malaffare, dei mariuoli, degli enti inutili che hanno affossato spietatamente l’economia pompando al contempo la spesa pubblica. Non a caso Longanesi proponeva di scrivere sul tricolore il motto “tengo famiglia”.

Si potrebbe parlare di questo, come degli apoti maturi. Si potrebbe discutere al Senato (non del Senato), di fronte alle telecamere del servizio pubblico, incalzando il primo ministro. Lor signori, invece, peccano di comodismo. Preferiscono sonnecchiare fra motti rivoluzionari e promesse di Vietnam in Transatlantico: teneri ricordi di gioventù che, in altri tempi e in altre circostanze, spianarono la strada proprio a chi voleva zittire quell’aula sorda e grigia.