in europa, Usa

Primi velati riferimenti all’esigenza di ripensare il sistema di sicurezza UE. Arriva dalla Germania la nuova spinta?

Sono passate poche ore dall’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, eppure l’ascesa del candidato repubblicano ha determinato un effetto domino nel Vecchio Continente. A Berlino, dopo le congratulazioni di rito, la Cancelliera Angela Merkel ha ribadito in un comunicato la centralità delle relazioni atlantiche, frutto di una cultura comune che trova sulle due sponde dell’oceano il proprio retroterra nell’amore per la libertà e nel principio di tolleranza.

Frasi scontate, forse, ma mentre la donna più potente d’Europa teneva una lezione filosofica sulla cultura occidentale, Ursula von der Leyen – ministro della Difesa e pedina importante del Governo Merkel – rilanciava, sia pur velatamente, la possibilità di riflettere sulla costituzione di un apparato militare comunitario.

Scrocconi alla prova

Cos’è successo? Semplice: Barack Obama aveva già manifestato la propria frustrazione per la scarsa collaborazione degli alleati nel sostentamento della Nato. Il termine “scrocconi”, pronunciato a marzo dal presidente uscente durante un’intervista, rappresentava un giudizio di valore assai duro verso i partner dell’Ue, pronti a invocare la protezione militare senza partecipare alle spese correlate.


Trump, che è più istrionico e imprevedibile del suo predecessore, ha già fatto intendere che la Casa Bianca cambierà il proprio modus operandi per evitare fraintendimenti e attriti: ripenserà la Nato in armonia coi nuovi disegni strategici dettati dall’America First (la formula ripetuta come un mantra dal tycoon durante la campagna elettorale). Tradotto in soldoni: l’equilibrio dei rapporti è destinato a saltare e la cooperazione non sarà più all’insegna di un ruolo preminente di Washington, ma si articolerà nella cornice più ampia di una compartecipazione alle responsabilità. Come a dire, ciascuno paghi per la propria sicurezza.

Il deficit comunitario

Ora, poiché i fondi stanziati dai singoli governi europei per le spese militari non sono neppure paragonabili a quelli spesi dalle altre superpotenze nel contesto multipolare, la Germania – Stato egemone del Vecchio Continente – sembra voler sfruttare il momento storico di crisi per rilanciare un’iniziativa di cooperazione e dare linfa, in tal modo, alla propria leadership regionale. Non è un mistero, del resto, che nella vita della Comunità le fasi di crisi abbiano sempre portato a fughe strategiche, balzi in avanti anche di natura avveniristica.

La decisione di Trump di inaugurare il nuovo corso ospitando, prima fra tutti, Theresa May è emblematica. Il repubblicano ha già esaltato, nel recente passato, la scelta del Regno Unito di abbandonare Bruxelles, esortando altre nazioni a seguire l’esempio britannico. Non è un manifesto d’intenti, ma è sicuramente una posizione che il nuovo entourage presidenziale potrebbe avallare, indebolendo il potere contrattuale di Parlamento e Commissione Ue. E d’altra parte le sconsiderate esternazioni di Jean-Claude Juncker confermano i timori delle suddette istituzioni. I membri dell’Unione devono allora riflettere su quale sia l’ambizione dell’Europa nel lungo periodo, che ruolo essa intenda interpretare.

La vision strategica

La sicurezza, il controllo del territorio e dei confini, costituiscono i primi elementi del rilancio politico, se davvero si vuole recitare la parte dei protagonisti nello scacchiere internazionale.


A margine, però, va risolto il nodo identitario: per disinnescare la minaccia populista bisogna definire chi siamo e in cosa ci riconosciamo. Non per alimentare una sterile conflittualità con gli altri, ma perché senza un legame comune è impossibile canalizzare gli sforzi profusi da paesi di tradizioni differenti.

Nel “chi siamo” va vagliato il quadro dei rapporti di forza, sapendo che a ogni azione corrisponde una reazione in un mondo interconnesso: se l’Europa vorrà procedere schierando carri armati lungo i propri confini orientali, la conflittualità con la Russia determinerà l’adozione di un percorso preciso, caro ai paesi baltici e alle potenze del nord Europa. Se, invece, l’integralismo islamico sarà avvertito come una minaccia più urgente, l’Unione riscoprirà la vocazione mediterranea a beneficio dell’Italia, senza precludersi nuove sinergie con Washington e Mosca.

La bussola indica la rotta: stabilire come arrivare alla meta è facoltà di chi guida la missione.

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