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Il candidato dei repubblicani continua a spaccare la base del partito: stavolta è stato uno dei più brillanti intellettuali conservatori a puntare l’indice contro il miliardario di New York. Trump? Unfit to lead

Donald Trump è inadeguato, non può fare il presidente degli Stati Uniti. La perentoria affermazione non viene, stavolta, dagli intellettuali clintoniani o dal mondo affettato dell’informazione liberal, né tanto meno dalla stampa radical-chic del Vecchio Continente, mai generosa nei confronti del miliardario del Gop. La sentenza di scomunica è firmata da Charles Krauthammer, opinionista di riferimento dei conservatori d’oltreoceano e columnist di razza del Washington Post.

Con un editoriale pubblicato sulla National Review, crocevia editoriale della Right Nation americana, Krauthammer spiega come la polemica coi coniugi Khan rappresenti il punto più basso della campagna elettorale del candidato, uno spartiacque che dimostrerebbe agli elettori come Trump sia incapace di provare la benché minima empatia nei confronti di una famiglia colpita dal lutto e dal dolore.

E se il senatore John McCain ha esortato il vincitore delle primarie a non tirare troppo la corda, ché la vittoria interna alle urne “non comporta una licenza illimitata a infamare i migliori tra noi”, Krauthammer si è spinto oltre nel suo ragionamento, analizzando impietosamente i difetti dell’uomo.

Secondo l’opinionista, Trump giudica ogni fenomeno e ogni persona in base all’affinità nei confronti del suo messaggio elettorale. Se lo sostieni, lui sostiene te; se lo critichi, diventi un nemico da sbeffeggiare. Non importa chi tu sia o cosa tu abbia fatto per il tuo paese, sarai comunque additato pubblicamente, senza remore di sorta.


La storia di questa campagna elettorale, con le continue polemiche a distanza che hanno contrapposto The Donald all’establishment del partito, rivela quello che Krauthammer definisce un riflesso pavloviano dell’uomo: “la maggior parte dei politici va in cerca del consenso. Trump invece vive per l’adorazione”. Un tic che ha spinto importanti osservatori come Eugene Robinson, già premio Pulitzer, e Robert Kagan, consulente per la politica estera di George W. Bush, a mettere in discussione la sanità mentale del leader repubblicano.

I toni reaganiani della convention democratica hanno dimostrato, inoltre, come la stessa eredità culturale rivendicata dalla destra sia oggi a rischio, vieppiù dopo la radicalizzazione del partito e la progressiva perdita identitaria dei “valori cristiani”.

Per anni la lotta politica a Washington si è caratterizzata per le battaglie sul fine-vita, sull’aborto, sulla fede come elemento della sfera pubblica: temi che Trump si è scrollato di dosso facendo spallucce e mettendo alla porta quanti avevano costruito una piattaforma “conservatrice”, a suo giudizio poco in linea con la forma mentis “repubblicana”.

Se a ciò aggiungiamo la scarsa propensione del politico ad adottare una visione di stampo liberista nell’economia globale, viene da chiedersi se la sua consacrazione non equivalga oggi a una dichiarazione di morte del partito. Non a caso l’ipotesi di un possibile ritiro, ancorché destituita di fondamento stante la testardaggine del personaggio, resta comunque all’ordine del giorno.

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