in terrorismo, Turchia

Il presidente turco ha aperto troppi fronti e adesso fatica a imporre la sua legge: il golpe è stato l’evento spartiacque

La scia di sangue lasciata a Istanbul la notte di capodanno è soltanto l’ultimo atto di un conflitto che va avanti da diversi mesi. La Turchia è finita nel mirino dell’Isis, scalzando dal podio degli obiettivi sensibili la Francia, fino a poco tempo fa teatro prediletto per gli attentati più eclatanti.

I fattori che possono avere innescato questa spirale di violenza sono molteplici. Innanzitutto Erdogan si è dimostrato essere un autocrate spregiudicato dalle posizioni mutevoli: dopo aver incoraggiato la conflittualità in Siria, a favore dello Stato islamico e di al Qaeda, ha cambiato alleanze ed è saltato sul carro russo-iraniano, giurando guerra al califfo Abu Bakr al-Baghdadi.

Aver abbandonato Aleppo nelle mani della fazione sciita è uno smacco che l’intera umma sunnita rimprovera al presidente della repubblica turca, ivi considerato il legame storico di quella grande realtà urbana col vecchio Impero Ottomano, di cui Erdogan si è autoproclamato, a torto o a ragione, erede in tempi non sospetti.

Un giano bifronte

A questi elementi va poi aggiunto il doppiogiochismo di Ankara sul versante occidentale: critica implacabile degli Stati Uniti e delle potenze del Vecchio Continente, la Turchia non ha esitato a sottoscrivere un accordo sui migranti con l’Ue per bloccare all’interno dei propri confini i profughi siriani, ottenendo in cambio un lauto compenso. Praticamente ha speculato su chi fugge dalla guerra.


Il problema vero, allora, non è individuare la ragione profonda che ha spinto i jihadisti a spostare l’offensiva nella penisola anatolica, ma capire semmai perché l’apparato di sicurezza turco sia costantemente esposto alla violenza degli avversari.

La crociata di Erdogan

Facciamo un passo indietro: all’indomani del golpe, l’intero gruppo dirigente dell’Akp si riunì per individuare il responsabile del colpo di Stato. Erdogan e i suoi collaboratori ebbero pochi dubbi: Fethullah Gülen aveva concepito il progetto eversivo dalla Pennsylvania, servendosi di seguaci che avevano tramato dal cuore delle istituzioni.

Burocrati, forze dell’ordine, insegnanti e docenti universitari furono epurati uno dopo l’altro, in una purga di staliniana memoria. Come accade in ogni evento reazionario, a finire agli arresti non furono soltanto i collusi con la rete incriminata, ma anche chi non aveva difeso il regime con sufficiente entusiasmo: ne venne fuori un gigantesco repulisti che ha mostrato al mondo la debolezza del nuovo corso.

Ora, tra le vittime della magistratura politicizzata figurano anche gli esperti della sicurezza e della difesa interna, gli unici – probabilmente – che avrebbero saputo contrastare l’odierna minaccia. L’Isis l’ha intuito, Erdogan no.


Il regolamento di conti con la comunità curda

Poiché la hybris è peccato assai comune a chi esercita potere, il presidente turco si è spinto oltre e ha deciso di sferrare un attacco alla minoranza curda, approfittando del consenso popolare. Membri del Pkk e militanti del partito moderato sono stati tradotti in carcere dopo un periodo di relativa stabilità sociale, sulla scorta di accuse poco credibili o apertamente inventate (il governo turco, che pure aveva dialogato con gli uomini di Öcalan, non ha esitato dopo il putsch ad arrestare quanti avevano gettato ponti nel processo di pacificazione per conto di Ankara, emissari dell’Esecutivo fermati per la loro mediazione).


Questo è stato il secondo gigantesco errore del governo: anziché affrontare un nemico per volta, il leader dell’Akp ha mosso ciò che restava delle sue truppe su più fronti, indebolendo la rete militare. Ha colpito i fedelissimi di Gülen (che nel frattempo respingeva le accuse), la comunità curda, il Pkk, le milizie siriane dell’Ypg e infine l’Isis. Nel mentre ha allentato i rapporti con la Nato e ha congelato, almeno momentaneamente, le relazioni diplomatiche transatlantiche.

Erdogan ha così esposto il paese alla furia degli eventi terroristici più disparati, nel tentativo di mascherare la fragilità della propria leadership con un’esibizione di forza. La brama d’interpretare il ruolo dell’uomo solo al comando, l’erede di Atatürk ispirato da Maometto, ha offuscato la sua capacità d’analisi e oggi alla Turchia viene presentato il conto della scelleratezza politica del suo duce.

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