L’abbraccio dello Zar: perché la Turchia guarda alla Russia

Superate le tensioni dei mesi scorsi, Erdogan e Putin pensano di sfruttare il disgelo diplomatico fra i due paesi in chiave anti-americana. La possibile alleanza è però estremamente precaria…

La crescita economica impetuosa registrata dalla Turchia negli anni di potere dell’Akp pone un problema all’orizzonte: Ankara, nel contesto regionale, quale ruolo può assolvere e per conto di chi?

Ruota attorno a questa domanda inespressa, verosimilmente, il futuro delle relazioni diplomatiche fra le cancellerie occidentali e gli emissari di Erdogan. Perché la Turchia invoca da tempo uno spazio su cui esercitare la propria egemonia, non senza ragioni.

George Friedman – scienziato politico statunitense apprezzato soprattutto negli ambienti repubblicani e fondatore dell’agenzia d’intelligence Stratfor – ha scattato un’istantanea dei rapporti di forza su base regionale, sottolineando come soltanto tre Stati, almeno sul piano teorico, possano competere con la Turchia per la leadership nell’area:

  • l’Arabia Saudita, il cui potere dipende eccessivamente dalle fluttuazioni del prezzo del petrolio;
  • l’Iran, la cui forza militare lascia perplessi gli osservatori atlantici;
  • e Israele, costretta nelle sue ambizioni dalle limitate dimensioni geografiche dello Stato ebraico, dimensioni che le impediscono di proiettare la propria potenza di là dal vicinato.

Soltanto Ankara, carte alla mano, vanterebbe il mix di potere politico, economico e militare per assurgere al ruolo di potenza regionale. Del resto, rammenta Friedman guardando la cartina, “per oltre mezzo millennio, fatta eccezione per il periodo dopo la Prima Guerra mondiale, la Turchia è stata la potenza dominante”.


Ora, lo sventato golpe del 15 luglio ha inesorabilmente rafforzato la presidenza di Erdogan. Come avevamo anticipato qualche giorno addietro, la manifestazione di domenica si è rivelata una buona occasione per il leader turco che ha potuto mostrare – al tempo stesso – i propri muscoli agli alleati della Nato e la forza della sua popolarità ai movimenti d’opposizione.

Erdogan beneficia oggi del supporto dei conservatori, degli islamici moderati e delle simpatie degli islamisti radicali. Le accuse rivolte a Gülen e ai movimenti laicisti, attori che hanno condannato in coro il tentato colpo di Stato, gli stanno consentendo di ristrutturare le istituzioni a propria immagine e somiglianza, ridisegnando gli equilibri in seno alla magistratura, alle forze armate e perfino nelle aule delle Università.

Il ricatto liberale a Washington, una sorta di aut aut per cui chi non sta con lui non crede nella democrazia, parte comunque da un assunto vero: la Turchia è l’unica repubblica in un’area governata da dittatori, satrapi, re e ayatollah.  Ecco allora che le ambizioni di chi la governa e di chi ha facoltà, in questo momento, di fare il bello e il cattivo tempo nel paese, organizzando impunemente un repulisti che non esclude la pena capitale, diventano centrali.


Secondo Friedman, la Turchia può battere tre strade. Può restare da sola e vivere di strappi, può rispolverare i legami dell’Alleanza Atlantica o può guardare a Mosca.

In un mondo polarizzato in cui gli Stati Uniti restano la superpotenza di riferimento, la tentazione di riallacciare i contatti col Dipartimento di Stato dovrebbe essere forte. Oltreoceano, però, gli elementi d’instabilità sono notevoli. Obama, con le grandi aperture alle primavere arabe, coi tavoli per dare credito all’Iran e con la sottovalutazione dell’Isis – considerato dapprincipio un nemico “di serie C” – ha dimostrato scarsa lungimiranza. Il cambio della guardia nello Studio Ovale porterà sicuramente a un nuovo corso, ma dedurre ora quale sarà l’indirizzo prevalente con Clinton o Trump è un azzardo che nessuno può serenamente compiere.


Il vertice con Putin, previsto per oggi, ha invece una propria ratio. Friedman la riassume così:

“La strategia ideale prevede che due poteri deboli collaborino per bloccare il potere più forte. Dopo la guerra in Vietnam, gli Stati Uniti si allearono con la Cina per bloccare i sovietici. Il pericolo di questa strategia è che una delle potenze alleate possa essere più debole rispetto all’altra o che possa improvvisamente cambiare alleanze. I russi hanno bisogno della Turchia per controbilanciare gli Stati Uniti. La Turchia e la Russia potrebbero così utilizzarsi per lo stesso fine. Ma se la Russia dovesse indebolirsi a causa di problemi economici o se dovesse giungere a un accordo con gli Stati Uniti sull’Ucraina, la Turchia potrebbe trovarsi da sola”.

Questa incertezza potrebbe spiegare la scelta di Erdogan di recitare la parte del battitore libero dopo il putsch, agitando i sogni di Parigi, Roma e Berlino sui migranti. E se la Russia ha l’indubbio vantaggio di essere a un passo dalla Turchia rispetto agli Stati Uniti, il silenzio dell’Europa in questo risiko ai confini del Vecchio Continente è l’ennesima dimostrazione di un vuoto politico che le istituzioni comunitarie non riescono in alcun modo a colmare.

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