Arriva il compagno Corbyn, fra voyeuristi e anti-tedeschi

Jeremy Corbyn
Jeremy Corbyn

Mario Capanna show. Il nuovo leader dei Laburisti britannici è Jeremy Corbyn. Osteggiato dal 90% dei suoi colleghi di partito, radicale, convinto che Hamas sia un interlocutore assai più credibile d’Israele, determinato a far uscire l’Inghilterra dalla Nato, incerto sull’adesione della stessa all’Unione Europea, ostile al libero mercato tout-court, Corbyn ha festeggiato la propria ascesa cantando Bandiera Rossa. I socialisti d’oltremanica hanno definitivamente archiviato l’epopea Blair, volgendo lo sguardo non al futuro ma al passato. Non è un’accusa, semmai una constatazione: Corbyn vuole rinazionalizzare le imprese strategiche, ivi comprese le ferrovie, istituendo una banca d’investimento nazionale che dovrebbe emettere obbligazioni destinate a finanziare infrastrutture di utilità sociale. Debiti su debiti insomma, con la solita grossolana confusione fra fondi pubblici e soldi dei contribuenti. Curioso, in un paese che ha supportato come pochi altri l’austerity, condannando il suo predecessore – Ed Miliband – per le scellerate critiche al ministro Osborne. L’Inghilterra, secondo il neo-leader, dovrà rinunciare all’uso della forza militare, dismettendo parte del proprio arsenale per promuovere nel mondo una cultura della pace e della resistenza nonviolenta. Occhio a Stoccolma, il Nobel per la campagna elettorale è sempre dietro l’angolo.

Mogli e buoi. Ovviamente l’attenzione della sinistra britannica è tutta rivolta al nuovo corso. C’è chi stigmatizza il passaggio “dalla derisione al panico”, invitando gli osservatori a essere prudenti; chi sostiene che la vittoria sia ineluttabile, considerata la natura autoritaria delle politiche di Cameron; e chi, infine, ammette le proprie perplessità sull’opposizione che verrà, sul disegno di fondo di un partito che si muoverà in scarsa sintonia col proprio vertice. Prova ne sia la dichiarazione di Tom Watson, alfiere del corbynismo, già proiettato a sventare i futuri golpe interni contro la nuova leadership. Enzo Bettiza diceva che nei Balcani le diverse etnie passavano i tempi di pace ad affilare i coltelli per la guerra successiva: un ragionamento che calza a pennello per i socialisti d’ogni nazione. A Downing Street, frattanto, l’establishment conservatore ha stappato qualche bottiglia di spumante. Cameron è andato in un campo profughi in Libano, mostrando il suo profilo più istituzionale, ma nel quartier generale dei Tory sorrisi sornioni hanno accompagnato l’omicidio politico del blairismo, che infiniti lutti addusse agli uomini della Lady di Ferro. La rincorsa all’elettore militante non ha mai portato nulla di buono, come dimostrano le passate elezioni in barba ai sondaggisti. Inoltre Corbyn può essere sin da subito presentato come un rischio per la sicurezza nazionale, avendo “ukippizzato” il Labour. E qui si apre un’altra questione importante: se non ci saranno scissioni e se Corbyn riuscirà davvero a dettare la linea nell’area del centro-sinistra, allora si aprirà un varco importante per quanti non si piegano al disegno del 66enne di Chippenham. Paradossalmente potrebbero beneficiarne innanzitutto i lib-dems di Tim Farron, usciti con le ossa rotte dalla Grande Coalizione con Cameron e ora pronti a riassumere centralità grazie ad un’impensabile imbeccata offerta dal destino.

Voyeuristi. Godere per le conquiste altrui è un capriccio cui la sinistra italiana non sa rinunciare. Così, nel Pd, gli smottamenti britannici hanno rinvigorito l’opposizione interna. Massimo D’Alema ha parlato, nel fine settimana, di un partito che sta deperendo e di un governo in pessima salute. La ragione di queste difficoltà starebbe nel doppio ruolo ricoperto da Renzi, quello di premier e segretario, nonché in una impostazione neocentrista. Eppure, come ai tempi della Democrazia Cristiana, è proprio l’accentramento dei poteri che non sta bene alle correnti interne. D’Alema, alla fine della fiera, ammanta i suoi fini con una felpata retorica gramsciana, ma in realtà la sua offensiva ricorda lo stile del vecchio De Mita.

Dante Alighieri
Dante Alighieri
14 settembre
1321 - Nel cuore di Ravenna muore Dante Alighieri.
1982 - A Montecarlo, per un incidente automobilistico, muore Grace Kelly.
2000 - In Italia viene trasmesso il primo reality show: è il Grande Fratello, in onda su Canale 5, condotto da Daria Bignardi.

Trombe e tromboni. Il Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, può tirare un sospiro di sollievo: il debito pubblico italiano sarebbe sceso di 4,5 miliardi a luglio. Un trend positivo, secondo la Banca d’Italia, innescato dalle disponibilità liquide del Tesoro. Il premier, a sua volta, farà il punto con Marianna Madia per studiare il primo pacchetto di decreti attuativi della riforma della Pubblica amministrazione. L’obiettivo è chiaro: bisogna dare una sforbiciata alle partecipate, tagliandone circa tremila delle ottomila esistenti. Perplessità sorgono all’orizzonte su chi coprirà i debiti delle stesse, sia quelli ufficiali sia quelli extra-bilancio, mai dichiarati ma presenti a qualunque revisore dei conti non colluso. Poi spazio alle norme che dovrebbero – termine osceno – “sburocratizzare” l’Italia. Gli annunci in pompa magna sono già stati inviati con veline e dispacci d’agenzia, adesso si attende qualche risultato concreto.

E’ tornata la stronza. I quotidiani italiani non aspettavano altro: dopo aver insultato la Merkel per la linea rigorista adottata in presenza di una bambina palestinese che invocava ospitalità, dopo aver cautamente aperto alla Germania per l’accoglienza riservata ai siriani (salvo dire che la Cancelliera prendeva i rifugiati buoni, quelli con la tessera gold, e a noi lasciava gli africani in una sorta di roulette degli sfigati), ecco che la rinnovata prudenza tedesca – stante l’impasse degli altri paesi – può essere salutata come un rigurgito nazionalista della forza egemone d’Europa. Alé! Eppure la posizione politica assunta da Berlino è chiara: non si tratta di un tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità, semmai di un ultimatum per vincolare tutti gli altri soggetti alla cooperazione. “I controlli temporanei – ha affermato Steffen Seibert, portavoce della Merkel, nel corso di una conferenza stampa – non sono la stessa cosa di una chiusura delle frontiere. I rifugiati continueranno a venire in Germania e speriamo che ciò avvenga nel solco di un processo ordinato“. E mentre si litiga sulle quote e sul ruolo dei tedeschi, che “nel giro di pochi giorni da modelli di solidarietà rischiano di diventare i capi espiatori di una situazione finale oggettivamente diventata insostenibile“, c’è sempre chi soffia sul fuoco. E’ Marine Le Pen, leader del Front National, solerte nel chiedere il ripristino delle frontiere “in particolare con la Germania“. Un bel passo avanti: procedendo in questa direzione non rivedremo né Dublino né Schengen, ma aboliremo direttamente la Ceca. E la cosa simpatica è che questa reazione isterica ai problemi della società globalizzata attira consensi perfino fra i giovani moderati dell’Ump, con Franck Allisio sedotto e abbandonante. Insomma, la salvinizzazione sans frontières.

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